I guai dei giovani medici e le sigle al posto dei nomi
Jerome Lejeune, scopritore del genoma della sindrome di Down, usava «un microscopio malandato avuto in prestito e per tenere fermo il vetrino usava la cartina dei cioccolatini, ma forte della sua...
Jerome Lejeune, scopritore del genoma della sindrome di Down, usava «un microscopio malandato avuto in prestito e per tenere fermo il vetrino usava la cartina dei cioccolatini, ma forte della sua passione per l’uomo non ha avuto paura a condurre la sua battaglia. Ecco, noi desideriamo che i nostri ospedali, i nostri ambulatori, siano luoghi di vera accoglienza, apertura, passione per la persona». Ha colpito l’intervento di Sara Bertelli, giovane specializzata che si è presentata con il suo bimbo in braccio. É stata la prima di una serie di giovani medici chiamati dall’organizzatrice Bianca Ferrarese che hanno raccontato al ministro Lorenzin problemi, paure e speranze di un mestiere ancora basato sulla passione, anche se, ha chiosato Bruno Di Lascio (Ordine), «basta con il terrore di essere denunciati e la rincorsa alle assicurazioni». A proposito di umanizzazione, il chirurgo Alberto Liboni ha raccontato che il suo reparto nemmeno ha nome, «si chiama 1C2, a Cona passo il tempo a dare indicazioni». Risata amara del ministro.
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