E diciamolo: c'è un deficit di legalità
L'editoriale del direttore Stefano Scansani
A metà settimana ci era passata per la mente la tentazione di titolare in prima pagina così: la zona Gad arruola gli sceriffi. Poi il confronto con i colleghi, che tempera le pulsioni cinematografiche e le formule slogan, ha fatto sì che “sceriffi” (pistoleri uomini d’ordine) venisse sostituito dal latino-iberico “vigilantes”.
Come se uno scambio di parole fosse così potente da mutare il clima nella ex circoscrizione costituita da tre quartieri est della città: Giardino, Arianuova, Doro. Cioè il quadrante dello stadio, della stazione ferroviaria, di piazza Castellina e dintorni: luoghi noti per lo spaccio e la prostituzione, le luci da camera ardente, la microcriminalità notturna e il malessere datato dei residenti.
Un malessere che ogni tanto, con intermittenza, leva un lamento o inventa una forma di reazione. La più recente è appunto quella della chiamata dei “vigilantes”, meglio ancora guardie giurate che lavorerebbero a contratto dei condomìni e costerebbero fra i 7 e 12 euro a famiglia.
La loro presenza – se il progetto andrà in porto – avrà l’unico scopo di custodire gli immobili e rappresentare un deterrente. Ma poi, se adocchieranno i clienti della tal prostituta o gli spacciatori-ciclisti impegnati a smerciare le dosi, il branco di ubriachi, la banda dei vandali, i barbari lordatori, le security guard non potranno far altro che avvisare polizia, carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani. Così come hanno messo in chiaro il prefetto, il questore, il sindaco: la presenza delle guardie giurate non sostituirà le forze dell’ordine. Stop.
Quindi, la fantasticazione (ne è dotata la voglia di riprendersi i quartieri) si fermi: zero inseguimenti, niente identificazioni, nessuna azione che non sia come quella del vigilante davanti a uno sportello bancario o una gioielleria, perché egli è parte integrante dei sistemi di sicurezza privati a protezione delle cose private. Il problema della Gad è, al contrario, pubblico.
Sgombro il campo – ma non troppo - dal sospetto che l’arruolamento di guardie giurate sia coincidente con la campagna per le elezioni regionali, e in congiuntura con la lettera del segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Roberto Caprini, pubblicata giovedì dalla Nuova Ferrara. Lettera che denuncia la scarsità di mezzi e uomini della questura per garantire i servizi. E’ giusto ricordare che Caprini è candidato alle regionali per il Nuovo Centrodestra: così il seguito del mio ragionamento può essere liberato da ogni sotterfugio.
Tutte le parti non dicono una parola precisa, perché incarna un’assenza evidente oppure perché è scomoda: legalità. Nell’area Gad c’è un deficit di legalità. Più precisamente c’è una tale concentrazione di illegalità su piccola scala che fa di quel quadrante, da anni, la porzione di città maggiormente sofferente e doverosamente intollerante. Ecco, ho apposta utilizzato due termini che non sono correnti nella parlata sociale politicamente corretta. Doverosamente, che deriva da dovere il quale è sempre più raramente associato a diritto. Intollerante, che ormai è sinonimo di razzismo.
Se liberiamo la questione Gad dalle speculazioni, dalle strumentalizzazioni e dalle interpretazioni fini, non c’è dubbio, ripeto, che soffra di un deficit di legalità. Ma finché si girerà intorno ai soli effetti, alla natura legale delle biciclettate disturba-spacciatori o allontana-prostitute, o si disquisirà sulla legalità del ricorso alle guardie giurate, niente e nessuno centrerà la malattia cronica della Gad. Che non è ferrarese: è il sintomo locale del degrado nazionale che conosce la scorribanda, la razzia, lo smercio, l’assembramento delle miserie, la concentrazione degli illeciti, le tensioni. Dall’altra parte c’è la carta velina della crisi economica, del codice penale, dei poteri e dei mezzi delle forze dell’ordine, e non per ultimo una conflittualità politica che sfrutta le emergenze, drammatizzandole o dissolvendole.
La distruzione dell’auto del leghista Salvini, diretto a un campo rom, da parte degli antagonisti dei centri sociali a Bologna di sabato 8 novembre, ne è il prodotto. Quanto l’italica (perché paradossale) scoperta dell’occupazione delle case popolari a Milano a seguito di inchieste televisive. Come le proteste di interi quartieri romani contro l’assedio di campi nomadi sono gli esiti di un degrado diffuso, di tensioni giunte al culmine.
Boccio chi ha affermato e ripete che alla Gad l’allarmismo è generato da una “percezione” della microcriminalità, così come succede in meteorologia col freddo percepito che non corrisponde a quello del termometro (comunque fa battere i denti). Boccio chi afferma che la situazione alla Gad è il quasi nulla rispetto a ben altre periferie, margini, quartieri dove la vita è davvero invivibile, i doveri sotterrati, la legalità buttata. Bisogna partire dall’impegno – non dal concetto – che se davvero Ferrara è una città bella, del buon vivere, della dimensione umana e della convivenza, quella porzione urbana va restituita ai cittadini.
Ma non c’è sindaco, questore o prefetto che possano. La soluzione sta nella volontà politica nazionale, nelle riforme e nella cultura. Perché se domani l’illecito venisse sradicato alla Gad andrà ai Baluardi o in via Bologna. Se fosse cavato da Ferrara, qui arriverà da Padova o Modena. Vale solo una cura sintomatica: più luce in strada, controllo assiduo del territorio, collaborazione totale con le forze dell’ordine e l’amministrazione, separazione fra il solidarismo e la giustizia e, se proprio lo volete, il complesso vitaminico dei vigilantes. In attesa che entrino in gioco i doveri, il senso civico, il perseguimento dei reati, la certezza della pena. Servono anni per guarire.
Stefano Scansani
s.scansani@lanuovaferrara.it
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