La Nuova Ferrara

Ferrara

l’appello dei centri al governo

«Violenza alle donne, dalle parole ai fatti»

«Violenza alle donne, dalle parole ai fatti»

Le nuove norme per i finanziamenti rischiano di azzerare lavoro e competenze di 20 anni

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L’appello è diretto, alla politica e alle istituzioni, affinchè si passi dalle «parole ai fatti». E parte anche da Ferrara e dal coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia Romagna, a ridosso della Giornata internazionale di martedì scorso per l'eliminazione della violenza contro le donne. Perchè al di là delle celebrazioni, si chiede l’appello: «che cosa sta facendo il nostro paese per prevenire e contrastare la violenza sulle donne?» La risposta è sconfortante: «perchè la situazione non solo non sta progredendo, ma addirittura si rischia di assistere a un eclatante passo indietro, poichè - spiegano in una nota congiunta tutti centri regionali - il lavoro e le competenze delle operatrici dei centri antiviolenza, nati dal movimento politico delle donne, il nostro Governo intende azzerarli». Tutto ruota attorno al nuovo documento presentato al Dipartimento delle Pari Opportunità, elaborato dalla Conferenza Stato Regione, che definisce caratteristiche dei centri antiviolenza, funzionamento requisiti strutturali e organizzativi per accedere ai finanziamenti dal 2015. Insomma, il documento pone le linee guida di chi lavora nel settore e vuole accedere ai relativi finanziamenti. Paolo Castagnotto, presidente Centro Donne e giustizia lo ammette sconsolata: «vi sono diversi punti critici nel documento che ha creato una serie di preoccupazioni nel coordinamento, non solo nella nostra regione ma in tutta Italia, da parte di chi lavora in questo settore». Il documento, secondo al denuncia dei Centri, «cancella acquisizioni e lavoro di oltre venti anni dei centri antiviolenza e di studiose e ricercatrici che si sono occupate di violenza maschile contro le donne, introducendo requisiti inaccettabili». La discussione del documento è prevista per oggi, e sottolinea la Castagnotto «vi sono già modifiche al testo». La percezione, spiega ancora la Castagnotto è che sia qualcosa pensato dall’alto senza confrontarsi con chi lavora sul territorio e lo fa da tanti anni. «Ricordo, ad esempio l’impegno dell’ex ministra Idem e del vice ministro Cecilia Guerra che attuarono tavoli di confronto coi centri di tutta Italia, poi non se ne fece più nulla», dice la Castagnotto, rammentando che dal 2013 manca il piano nazionale che coordina tutte le attività. Il rischio è che Centri antiviolenza e case rifugio vengano visti solo come servizi e basta, senza connessioni culturali tra le strutture e gli operatori.

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