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Palasport, tenuta del tetto tre volte sotto la norma

di Alessandra Mura
Palasport, tenuta del tetto tre volte sotto la norma

Le conclusioni del perito al processo per il crollo dell’impianto. Tre cause: acciaio meno resistente, qualità e dimensioni delle sfere incongrue

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La copertura del Palasport di Portomaggiore, crollata nel marzo del 2010 sotto il peso di una nevicata, aveva una resistenza tre volte inferiore rispetto alla normativa sulle costruzioni.

Queste le conclusioni della perizia tecnica disposta dal tribunale per accertare le cause del cedimento, che solo per una serie di circostanze fortunate avvenne quando l’impianto sportivo era vuoto. L’ingegnere Tommaso Trombetti di Medicina ha esposto ieri i risultati della perizia al processo che vede 8 persone - tra funzionari pubblici, tecnici, fornitori e costruttori - imputate a vario titolo per crollo colposo. Il tecnico ha compiuto una serie di misurazioni sui materiali utilizzati per realizzare la copertura, accedendo alle macerie custodite in un deposito del Comune di Portomaggiore, che al processo si è costituito parte civile. La copertura, lo ricordiamo, era costituita da una rete di aste filettate collegate tra loro da accoppiamenti di sfere e viti. Questi accoppiamenti, ha detto il tecnico, avrebbero dovuto avere una resistenza pari a 30 tonnellate per ridurre al minimo le probabilità di collo: 1 su un milione. Invece la resistenza della copertura del Palasport non andava oltre, secondo il perito, le 11-13 tonnellate. Questo per tre motivi, tutti importanti “a pari merito” nel determinare la riduzione della tenuta della struttura. Primo, il materiale utilizzato per le viti: l’acciaio non era di tipo C60, ma il meno resistente AVP. Secondo problema: la filettatura del preforo delle sfere era troppo grande, così da determinare una minor “presa” delle viti. Terzo: il progetto originario prevedeva l’utilizzo di sfere del diametro di 100 millimetri nei punti della copertura sottoposti a maggiori sollecitazioni (come quella centrale); al contrario, vennero utilizzate dappertutto sfere del diametro di 80 millimetri.

Tre aspetti, ha ribadito il perito, tutti necessari a determinare il crollo: sarebbe bastato infatti “correggere” uno solo dei tre errori per ottenere un considerevole aumento del livello di resistenza. Ad esempio viti perfette avrebbero garantito una resistenza di 18 tonnellate, e l’utilizzo di sfere da 100 millimetri di 27-28.

La nevicata del marzo 2010, inoltre, non può classificarsi tra le precipitazioni eccezionali. Un dato, quest’ultimo, frutto di una stima visto che l’unica fonte di informazione è costituita dai pluviometri Arpa posti a 7 km dal luogo del crollo: il carico di neve calcolato è pari ai 40 chili al metro quadro, e per reggerlo sarebbe stata sufficiente una resistenza di 8 tonnellate, addirittura inferiore dunque a quella ricavata da Trombetti. Il pm Castaldini ha poi provato a “tradurre” i rilievi tecnici in responsabilità penali, e le risposte fornite dal perito hanno chiamato in causa soprattutto fornitori e addetti al controllo piuttosto che i costruttori. Con una premessa: «Paradossalmente è stato un bene che il cedimento sia avvenuto solo due anni dopo l’inaugurazione. Se avesse resistito di più, gli effetti sarebbero stati più devastanti».