«Renzi, giù le manacce dai contratti»
Sciopero generale, la protesta ferrarese. Tremila persone in corteo sotto le finestre di Unindustria: parlate voi col premier
Piazzale Poledrelli ore 9. No, non è il titolo di un film poliziesco anni ’70 è il luogo da dove tutto ieri mattina è partito. Il corteo organizzato dai sindacati Cgil e Uil a Ferrara ha coinvolto oltre tremila persone, anche se secondo la questura i partecipanti non erano più di duemila. Lo sciopero generale nazionale, esteso a tutte le categorie, si è svolto in maniera territoriale in 54 città e «i segnali di protesta sono positivi, le piazze sono piene», hanno annunciato i segretari dal palco di piazza Castello, dove si è tenuto il comizio finale.
Ma andiamo con ordine. Alle 9,30 circa il corteo ha iniziato a muoversi in direzione via Cittadella e, dopo averla percorsa interamente, si è immesso in corso Porta Po. Il camion in testa con musica a tutto volume apre la strada, dietro i manifestanti: una schiera di lavoratrici, lavoratori e pensionati che rivendicavano i propri diritti con l'unica forza in loro possesso, lo sciopero. Poco importa se qualcuno ha commentato sarcasticamente «stranamente lo sciopero di venerdì…», loro erano in piazza come decine e decine di altre volte per affermare che così non va e che la direzione presa dal governo va modificata.
La testa rischia di separarsi dalla coda, è un serpentone lungo rosso e a tratti blu che richiama l'attenzione della gente che si affaccia dalle finestre o esce dalle botteghe. Un paio di calzolai guardano da dietro il vetro le centinaia di persone che passano: «Venite fuori stiamo manifestando anche per voi». Il corteo dopo piazza Ariostea entra in via Montebello, non per caso: a metà via c'è il palazzo di Unindustria Ferrara ed è proprio sotto le loro finestre, dalle quali non si è affacciato nessuno, che prima la testa e poi la pancia del serpentone si fermano per richiamare (invano) la loro attenzione. «Non siamo passati di qua per caso ma - afferma Raffaele Atti, segretario provinciale Cgil - per un motivo politico ben preciso! Vogliamo chiedere ai signori di Confindustria di parlare con il Governo e di chiedergli, visto che ormai ascolta solo loro, di cambiare direzione perché se continuiamo così andremo a sbattere noi ma anche loro!»
E poi ancora avanti con canti, fumogeni, tamburi e fischietti verso piazza Castello. Sotto al palco, tra la gente, i delegati Rsu e i segretari sindacali, una bara in legno. La cassa da morto è stata portata lungo tutto il percorso dai lavoratori della filiera edile e affini.
«Un messaggio simbolico ma diretto per dire che le aziende del territorio sono morte o stanno morendo. La bara - spiega Sandro Guizzardi - è stata portata da lavoratori in tuta nera e dietro a loro, altri colleghi in tuta bianca a rappresentare i fantasmi. Il settore edile è stato il primo a sentire la crisi pagando un prezzo altissimo. Nel nostro territorio dal 2008 a oggi si sono persi 5mila posti di lavoro, praticamente mille all'anno! Le fornaci sono scomparse, di cave di sabbia ne è rimasta una, le imprese non ci sono più. I lavoratori del settore però, e lungo il corteo indossavano i caschetti, ci sono! Il problema è che quando ci sarà la ripresa - conclude - non avremo più aziende, non si potrà più partecipare agli appalti e verranno messi a repentaglio i lavoratori e gli imprenditori». E il paradosso della Falco di Codigoro? Una azienda ad alta tecnologia e con macchinari unici in Italia, che rischia di scomparire a inizio 2015 perché il lavoro è sempre meno. In piazza contro legge di stabilità, tagli, tasse, job act e «spot pubblicitari che non servono a uscire dalla crisi». «Presidente - afferma Zanirato, segretario provinciale Uil, rivolgendosi direttamente a Renzi - venga a visitare le nostre piccole e medie imprese invece di andare nelle grandi aziende che progettano delocalizzazioni all'estero! Venga a parlare con i precari e i disoccupati! Parlate di riforme progressiste ma qui stiamo solo arretrando! Parlate di eliminare le province e tutti i dipendenti? Volete tagliare i patronati, e tutta l'assistenza gratuita data agli "ultimi"? Le tasse non sono diminuite! I lavoratori sono sempre più precari e il futuro è sempre più difficile da vedere!» A concludere gli interventi è stato Emilio Miceli, segretario generale della Filctem-Cgil: «Aumentare i licenziamenti per aumentare le assunzioni è il regalo folle del Jobs Act e di Renzi che colpisce con la clava i lavoratori e i sindacati, ma anche il cuore della produzione e l'anima del Paese perché l'Italia è un paese industriale e deve continuare a esserlo. Renzi togli le manacce dai contratti, dal demansionamento, dalla videosorveglianza, dal salario minimo! Non è aumentando il divario e la competizione tra classi lavoratrici che si esce dalla crisi!»
Samuele Govoni
