La Nuova Ferrara

Ferrara

Si rimpallano l’accusa, restano in cella

di Daniele Predieri
Si rimpallano l’accusa, restano in cella

Per il funzionario pubblico il suo ‘complice’ è un millantatore. Che invece ha confessato: «Ho preso i soldi per suo conto»

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Una lunga giornata di attesa dopo gli interrogatori della mattina in carcere dei due arrestati per concussione, per la tangente di 10mila euro chiesta ad un imprenditore: poi a tarda sera il provvedimento del giudice Piera Tassoni che ha convalidato gli arresti di procura e finanza, confermato le accuse e deciso che i due debbono restare in carcere. La lunga giornata del caso «tangenti sotto il duomo» era cominciata con uno dei due arrestati, Maurizio Palma, che aveva confessato al giudice il suo ruolo. Certo non poteva fare altrimenti, essendo stato bloccato con le mani sui soldi, la mazzetta appena intascata dall’imprenditore ricattato. Invece, l’altro arrestato, Leopoldo Lunadei, funzionario dell’Agenzia delle entrate, aveva scaricato ogni accusa sul suo «complice», sostenendo che non c’era nessun accordo con lui, che Palma lo avrebbe coinvolto senza motivo, millantando il suo ruolo di «emissario» di Lunadei stesso. Insomma, accade ciò che era prevedibile: ora sulla mazzetta spuntano due diverse verità.

Verità opposte sulle quali si gioca l’intera inchiesta appena partita: al momento, entrambi gli arrestati resteranno in carcere, poichè questa è la conclusione dell’udienza di convalida degli arresti iniziata ieri mattina alle 9 in carcere per la tangente imposta al titolare di un esercizio pubblico del centro città che aveva denunciato tutto a finanza e procura facendo poi scattare il blitz e le manette.

Per entrambi - funzionario ed intermediario - il giudice Piera Tassoni, che li ha interrogati ieri a lungo, ha deciso a tarda sera, dopo aver valutato attentamente le loro opposte versioni offerte negli interrogatori svolti in sede separata: prima quello di Lunadei, che ha la posizione più difficile e compromessa. Un lungo e articolato interrogatorio durato quasi 2 ore, durante il quale il funzionario ha opposto la sua verità agli atti d’accusa presentati dagli inquirenti (finanza e procura): sostenendo che non vi sarebbe stato nessun accordo con Palma, che si sarebbe inventato tutto, che avrebbe millantato: «Abbiamo dato al giudice elementi che mettono in discussione la tesi dell’accusa, per cui possiamo affermare che non vi è nulla di scontato», ha riferito il legale di Lunadei, l’avvocato Lorenzo Bramante aggiungendo che l’atto di controllo fiscale al centro della vicenda «aveva posto rilievi formali modesti, e non avrebbe comunque potuto innescare nessuna richiesta di alcun tipo». Dunque, non c’erano gli estremi per poter innescare un ricatto. Tesi difensiva che al momento non sembra aver tenuto visto il provvedimento del giudice di conferma del carcere (e delle accuse) e vista la mole di intercettazioni e atti d’accusa che proverebbero l’accordo tra funzionario ed emissario. Accordo tra l’altro ampiamente confermato dalla confessione resa al giudice Tassoni, da Palma, assistito dal suo avvocato, Andrea Marzola. L’arrestato, rappresentante per negozi, conosce da tempo il funzionario dell’Agenzia entrate e l’imprenditore ricattato. Dell’ imprenditore è amico da decenni, tanto da esser andato in vacanza insieme. E allora, è verosimile possa essersi inventato tutto per spillargli soldi quando avrebbe potuto chiederli in prestito?

La risposta tra le carte del giudice Piera Tassoni che ha confermato il carcere e dato il semaforo verde all’inchiesta che potrebbe riservare molte sorprese.