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Commissari, che state facendo?

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L'editoriale del direttore Stefano Scansani

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Muore l’anno. E nulla ha ancora increspato il silenzio che trasporta chissà dove la compianta Cassa di Risparmio di Ferrara. Neanche un brusio di fondo: il silenzio è l’insostenibile colonna sonora del disarmo della banca salvadanaio dei ferraresi.

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Mi viene da scrivere che in questa storia si sono sposati il doveroso e insopportabile aplomb creditizio della grisaglia finanziaria con le “poche parole” care al mondo contadino che tutto vede, tutto sa e mai s’intromette. Il silenzio è la malattia obbligata e tragica di Carife. Il silenzio è il suo peccato originale: quello osservato collettivamente quando tutto andava bene, benissimo, ma niente e nessuno levava la voce per denunciare che qualcosa stava inceppandosi, che qualcuno esagerava.

Tutti godevano, assistevano, partecipavano all’asserito buon tempo, dentro e fuori la cassaforte di corso Giovecca, senza rumore. Poi, dal 27 maggio 2013, con l’arrivo dei commissari ogni responsabilità, partecipazione o percezione dell'epilogo, hanno conosciuto un equivalente silenzio. Qui va tutto sottocoperta. Per disciplina, anche. I commissari lavorano nel più aritmetico mutismo professionale imposto dalla Banca d’Italia sui conti della Carife, sulle trattative intentate, sui negoziati per la cessione della napoletana Commercio e Finanza. Così la Fondazione Carife presieduta da Riccardo Maiarelli si è fatta un padiglione auricolare grande così.

La Fondazione Carife da mesi deve tenere le orecchie ritte per intercettare un filo, un soffio, un frammento di informazione. Sempre felpatamente: perché la Banca d’Italia e quindi i commissari sono altamente suscettibili. Lo sanno anche le organizzazioni degli azionisti e i sindacati dei dipendenti.

Pure la Banca Popolare di Vicenza di Gianni Zonin, che in estate aveva manifestato il suo interesse all’acquisto ricevendo la chiave della data room (l’architettutra contabile) di Carife. A seguito degli stress test Bce e dell’esame di maturità europeo, delle manovre interne, l’istituto veneto più non parla, è dato per disperso, forse. Il destino di Carice è maggiormente senza suono dopo che nella mattinata del 26 dicembre la Cassa di Risparmio di Cento ha dato forfait. Anch’essa in possesso della chiave della data room, analizzati i conti, ha deciso di lasciare la partita, nonostante sia stata invocata e accarezzata dalla politica locale.

Il comunicato diramato dal presidente Carlo Alberto Roncarati e dal direttore generale Ivan Damiano oltre a formalizzare l’addio all'impresa è un mosaico d’aggettivi.

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Li metto in fila: impegnativo, complessa, significativa, primaria, meticoloso, proficua, valido, ulteriore. Le uniche due parole che sussultano per la loro concretezza sono “allo stato”, utilizzate per lasciare aperta una fessura nelle complicanze e nell’impercorribilità dell'operazione.

Nel sottovuoto spinto del comunicato fa impressione l’ultimo capoverso nel quale Carice giura che non dirà un bel niente di quel che ha visto dentro la data room di Carife. Innanzi tutto perché è la cugina concorrente, e poi chissà, potrebbe avere avuto conferma che non vale la pena, chissà cos’ha visto, l’operazione è ciclopica, non ha medicine per guarire la parente… Non conviene, o non è il tempo. Tutti gli attori si muovono nel silenzio e quando escono dalla partita diventano tanti San Giovanni Nepomuceno (nel medioevo si fece annegare per non svelare il segreto della confessione).

Nel non lieto finale della storia l’assenza di informazioni e disegni di prospettiva esclude chi nella Carife ha investito, risparmiato, creduto: 28mila famiglie ferraresi, correntisti e azionisti, i 900 lavoratori. Loro non sanno niente. Non possono. E ancora per non sollecitare la suscettibilità dei commissari e quindi della Banca d’Italia ieri mattina Maiarelli per conto della Fondazione Carife ha risposto al comunicato Carice con un lessico diplomatico, intriso di gentilezze, ringraziamenti frigidi, prese d’atto. L’unico passaggio che replica il succo della comunicazione centese è ancora nelle due parole, ripetute da Maiarelli come un segnale in codice: “allo stato”. Letteralmente: “Fondazione Carife nel contempo auspica che si sciolgano in tempi rapidi le condizioni che, allo stato, non hanno ancora consentito di giungere alla positiva soluzione della procedura commissariale”.

C’è dunque qualcosa che ostacola, non permette di procedere, forse l’irrisolta alienazione della napoletana Commercio e Finanza. L’auspicio dei tempi rapidi è quindi tutto rivolto a Giovanni Capitanio e Antonio Blandini e alla positiva soluzione della loro attività entro il fatidico 26 maggio 2015, quando si esaurirà il biennio di commissariamento. Nelle parole del mondo contadino si direbbe loro: siete qui da diciannove mesi per cavar fuori positivamente la banca dal suo stato. Non liquidarla in silenzio. Che fate?

s.scansani@lanuovaferrara.it

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