«L’invasione dei moderni vandali»
Il monito in consiglio: bisogna resistere, se non saremo capaci di far tacere la voce dell’avarizia Ferrara non esisterà più
di GIORGIO BASSANI
I Gueux, ai loro tempi, erano degli autentici rivoluzionari. Abitavano modeste casupole, piccole e strette, addossate le une alle altre come pecore d’un gregge, prevalentemente di legno; e in tali casette, tramandate di padre in figlio con religioso amore, abita ancor oggi il dottore, l’avvocato, l’ingegnere, l’armatore navale di Amsterdam, di Utrecht o dell’Aia. Bisogna vedere con che cura ognuno conserva la casa avita, in Olanda, con quale disinteresse. Amsterdam è una grande città, un gran porto. E’ facile immaginare il costo delle aree fabbricabili nel centro urbano. Ebbene perfino lì, nel centro della città, a nessuno viene in mente di abbattere i vecchi, antieconomici abituri secenteschi per ricavarne spazi pregiati. Ed è consolante osservare come gli architetti moderni (l’Olanda ne conta di eccellenti) sappiano, quando sono chiamati a fabbricare, piegare il proprio orgoglio, intonare i loro edifici all’ambiente. Proprio come faceva Biagio Rossetti qui da noi, nel Quattrocento, anche essi sanno disancorarsi, quando occorre, dal carrozzone anonimo della cultura internazionale. Prima che artisti, sono uomini. E gli uomini veri non rinnegano mai le proprie radici, non hanno mai paura di apparire dei provinciali. Ora bisognerebbe davvero che anche Ferrara fosse abitata, oltre che da amministratori, da uomini veri. Su S. Romano facciamoci sopra una croce. Ma su via Coperta, su via Salinguerra, su via Fondobanchetto? Abbandoneremo queste vie, dove non c’è nulla, o quasi, di artisticamente valido, ma così care, tuttavia, al cuore di ogni vero ferrarese, alla speculazione edilizia indifferenziata? Se non ci proporremmo, fin da ora, di resistere all’invasione dei moderni Vandali; se non saremo capaci di far tacere in noi stessi la voce dell’avarizia, tra dieci o venti anni Ferrara non esisterà più.
Mi dicono che di contro alla chiesa di S. Spirito, in via Montebello, un tale di Bologna ha acquistato proprio in questi giorni un antico palazzo del Seicento. La sua idea è di demolirlo, per ricavarne, al solito, una vasta area fabbricabile.
. Boari. Non l’avete preso voi?
Bassani. No, avvocato Boari, la nostra Federazione ne ha comprato un altro, lì vicino, e non certo per abbatterlo ma per farne la propria sede. E ciò è abbastanza indicativo e istruttivo, non trova? Che sia un partito del proletario a sostituirsi all’aristocrazia e alla borghesia nel possesso e nella conservazione delle vestigia del passato: ecco, secondo me, un fatto da ricordare e da meditare.
Ma c’è un’altra questione sulla quale mi preme di intrattenere per un momento il Consiglio: la questione del verde cittadino.
Io vengo da Roma, dove, per colpa di Rebecchini e Cioccetti, i due sindaci democristiani a cui dobbiamo la trasformazione della Capitale d’Italia in una specie di bolgia infernale, la mancanza di verde è particolarmente sentita. Voi non lo sapete, forse, ma Roma è la città d’Italia più sacrificata, da questo punto di vista. Nonostante Villa Borghese, Villa Savoia, ecc., il cittadino, a Roma, non sa, in pratica, dove fare due passi. Non è possibile. Per trovare un po’ di prati, bisogna prendere la macchina e raggiungere la campagna, la quale non dista, come qui, a poche centinaia di metri dalle mura urbane, ma a parecchi chilometri. L’uomo, l’uomo dotato di gambe e piedi, a Roma si avvia a non esistere più. Lo si considera ormai come dotato necessariamente di un’appendice meccanica, una specie di robot il cui spazio vitale non sia già Roma, ma l’intero Lazio.
A Ferrara non siamo ridotti in queste condizioni; però anche qui il problema esiste. Il verde va preservato, tutelato, per l’uso effettivo dei cittadini.
Si vuole costruire un campo sportivo degno di Ferrara e della Spal fuori dalla cerchia delle mura urbane. Benissimo. Ma cosa accadrà del terreno che ha ospitato fino ad oggi il vecchio stadio? Non succederà, per caso, che venga posto in vendita, e ceduto al miglior offerente? A me personalmente, piacerebbe molto che, smantellati gli impianti sportivi attuali, l’area ricavata fosse destinata a parco, un po’ come era una volta quando io, ragazzo, ci andavo a giocare a football. Era un grande prato assolutamente libero, allora, sul quale si elevavano solamente le nere moli dei magazzini militari ottocenteschi e la palizzata bigia del piccolo stadio della piccola Spal d’allora. Certo: so perfettamente che oggi un prato libero come quello di trent’anni fa non può essere accolto nell’ambito delle vecchie mura. La Ferrara d’oggi ha comprensibili esigenze di decoro, di parata, che impongono l’attrezzatura accurata di ogni spazio destinato al pubblico uso. Ma d’altra parte: la vogliamo finire, una volta per tutte, di istituire parchi e giardini pubblici non godibili, anzi inservibili? In Inghilterra, in Olanda, in Francia, il verde è bello, sì, ma soprattutto utile, alla portata di tutti.
Un praticello rigidamente recintato, su cui sia vietato posare il piede, non soltanto è inutile, ma fa malinconia. L’erba calpestata deperisce? Ebbene si importi dall’Inghilterra una qualità d’erba sufficientemente robusta, capace di rispondere ai bisogni effettivi dei nostri bambini e dei nostri vecchi. Dei nostri vecchi, sicuro: ai quali vorrei fosse risparmiata la solita panchina lungo il viale del tramonto, la panchina della desolazione.
E sempre a proposito del problema del verde, sarebbe opportuno che l’Amministrazione badasse a ciò che accade nei giardini interni di Ferrara, al riparo degli sguardi, dove il terreno viene rapidamente coprendosi di nuove costruzioni. Perché non basta che la buccia di Ferrara risulti più o meno integra anche al di là dell’esile diaframma delle facciate, bisogna affrettarsi a salvare ciò che ancora è possibile. Occorrono vincoli, occorrono piani particolareggiati, se si vuole che i giardini delle nostre case, così belli e civili, non diventino presto un amaro ricordo. Noi parliamo, qui, e intanto la lava del cemento e dell’acciaio sta avanzando implacabile. Salite, per favore, su una delle quattro torri del Castello (sempre che la Prefettura ve lo conceda), e, magari, in cima al deprecato grattacielo in fondo a viale Cavour. Vi accorgerete che molte zone interne della città, che fino a ieri erano completamente tenute a parco, oggi sono in via di rapida eliminazione. Togliere a Ferrara l’ossigeno del suo verde, significa, tra l’altro, snaturare irrimediabilmente il carattere della nostra città. È molto strano, me ne rendo conto, che da parte mia, che sono socialista, vi venga questo invito alla conservazione. Senonché, oggi, in questa materia, credo non esista altra via per essere autenticamente, onestamente rivoluzionari.
È tempo che il proletariato assuma la piena responsabilità storica del proprio potere, è tempo che il proletariato ferrarese sappia conservare ciò che gli è stato tramandato dagli avi aristocratici e borghesi. Dicono gli aristocratici e borghesi degeneri di oggi: «Abbiamo anche noi il diritto di lasciare un segno del nostro passaggio in questa città, così come lo hanno lasciato i nostri avi». «Niente affatto! - rispondiamo noi. - Non avete nessun diritto di lasciare un vostro segno. C’è tanto spazio, attorno, per tutti... Noi, comunque, siamo decisi a rispettare nella sua assoluta integrità ciò che i padri vostri e nostri, pur così oppressori, pur così poco solleciti della libertà popolare, hanno lasciato in retaggio alle età future».
Sono alla fine del mio intervento. Prima di tornare a sedermi, tuttavia, voglio accennare alla questione non meno importante della toponomastica cittadina. Sono anni, fin dal tempo del non dimenticato Convegno sul Rinascimento ferrarese del ’58, che insisto su questo punto. Ferrara possiede un patrimonio toponomastico di alto pregio, un patrimonio che, come quello delle sue case antiche e dei suoi giardini, non può essere liquidato con leggerezza. I nomi delle vie ferraresi risuonano nelle Commedie e nelle Satire dell’Ariosto. Che più? Non vi induce a sufficiente rispetto, una circostanza simile? Gli stranieri colti che ogni anno convengono a Ferrara da ogni parte della terra, si lagnano di non trovare più i vecchi nomi, storici, sacri nomi delle nostre vie. A via del Pero è stato imposto il solenne nome di via della Resistenza. Perché? Anch’io, che alla Resistenza debbo tutto, compresa la vita, ritengo che via del Pero, una stradetta così modesta, così piccola, avrebbe potuto continuare benissimo a chiamarsi come si è sempre chiamata.
Invito quindi l’Amministrazione a restaurare tutti gli antichi nomi delle vie: via del Pero, via Picca, via Genio, via Croce Bianca: nomi che risalgono al Trecento, al Quattrocento. Via Picca e via Genio sono state dedicate a Cosmè Tura e a Francesco del Cossa, grandi maestri, fondatori della sublime scuola figurativa ferrarese. Ma con questo? Appunto perché il Tura e il Cossa erano i grandi uomini che erano, non mi sembra lecito recare offesa alla cultura proprio in loro nome.
Non ho altro da dire.
Melloni. Benissimo, Bassani: si sente che sei borghese, di origine.
Bassani. Certo, che sono di origine borghese. Però, siccome non sono un borghese decadente, ed ho il senso delle mie responsabilità, proprio per questo milito in un partito di sinistra.
(2 - Fine)
Testo ricevuto dalla Fondazione “Giorgio Bassani”
