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«Aree vaste? Sono assurdi i confini delle Province»

«Aree vaste? Sono assurdi i confini delle Province»

Il professor Bruzzo: dimensioni e alleanze dipendono dal problema da risolvere «Per noi economisti regionali nemmeno il Po è un confine da rispettare»

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«A noi economisti regionali i confini amministrativi interessano relativamente. Prendiamo il Po, il corso del fiume fa da confine fisico e amministrativo tra Ferrara e Rovigo, ma se guardiamo al sistema Occhiobello-Santa Maria Maddalena scopriamo che è connesso con quello del Comune di Ferrara...». E se perfino il Po può essere bellamente scavalcato quando si disegna una nuova geografia economica, figuriamoci cosa ne può essere degli altri confini politico-amministrativi che attraversano l’Emilia Romagna.

Di questi trasversali temi inerenti le aree vaste conversa al telefono il professor Aurelio Bruzzo, docente di Politica economica dell’Università di Ferrara (Dipartimento di Economia e Management), che in questi anni ha investigato e prodotti studi e articoli su tali argomenti.

Per Bruzzo dire a priori se è meglio che Ferrara se ne stia con Bologna o con la Romagna è un non senso. «Prima bisogna sapere qual è il problema da affrontare: parliamo di trasporti, di percorsi casa-lavoro, di sanità, di ospedali, di un’area industriale, di assetto idrogeologia, di cultura?».

Ogni problema, ogni fenomeno ha una sua più o meno ideale dimensione territoriale (i trasporti, ad esempio, sconfinano spesso e volentieri dagli ambiti regionali) e quindi possono esistere tante diverse aree vaste, tanti diversi reticoli a seconda della questione che si vuole affrontare e risolvere. Può sembrare complicato ma se pensiamo - come suggerisce Bruzzo - che abbiamo convissuto o conviviamo tuttora con distretti didattici, comprensori territoriali, distretti socio-sanitari, unioni comunali, che hanno violato e violano i confini amministrativi e mentali, forse è più facile immaginare un futuro a geografie variabili senza perdere l’orientamento e i sentimenti di appartenenza.

Poi certo i piedi vanno poggiati per terra, ma intanto sarebbe opportuno non fare dei castelli in aria. Ecco quel che pensa Bruzzo delle Aree vaste concepite da Bonaccini: «Ne ho parlato anche con collega della Bicocca di Milano, pensare ad Aree vaste frutto di accorpamenti di province è un’assurdità. Se si vuole ripartire l’Emilia Romagna in aree sub regionali si dovrebbero lasciar perdere i confini amministrativi».

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Bruzzo arriva quasi alla provocazione: «Consiglierei a Bonaccini di confrontarsi con i presidenti del Veneto e della Lombardia per risolvere al meglio i problemi dei confini...per esempio Piacenza gravita più su Milano che su Bologna, mentre Polesella è più ferrarese che rodigina».

Ma a volte una saggia e previdente Area vasta potrebbe essere anche il rimedio allo spostamento dei confini amministrativi. Bruzzo cita il caso della Valmarecchia, che avrebbe potuto compenetrarsi con Rimini e la Romagna senza transitare dalle Marche all’Emilia. In base allo stesso criterio il docente di Unife spende una parola a favore dell’idea che Comacchio costituisca un’area costiera con Ravenna.

Allo stesso modo la vocazione di città di arte e cultura propria di Ferrara («che ha anche l’Università») si inserirebbe alla perfezione nel disegno suggerito qualche anno fa dal Cds che ipotizzava un asse turistico-culturale tra Mantova, Ferrara e Ravenna.

E in fondo, a modo loro, non sono già delle aree vaste - in tal caso sovracomunali - le suddivisioni della nostra provincia in Alto, Medio e Basso Ferrarese? Questa tripartizione, cui corrispondono anche attitudini economiche (manifattura industriale a Cento e dintorni, arte-cultura a Ferrara, agricoltura) bene si presterebbe ad attività programmatorie. Bruzzo aggiunge anche il quarto elemento della costa e del Delta.

Ognuno di questi quattro ambiti può rientrare dentro un più vasto discorso di programmazione economica. Il che nello schema di Bruzzo non equivale a frammentare il territorio, ma a «massimizzare il benessere».

Perchè le Aree, più o meno vaste, più o meno tante, devono servire «a risolvere i problemi». E visto che si ragiona tanto di nuovi assetti amministrative, il professor Bruzzo consiglia di dare un’occhiata alla recente proposta della Societa Geografica Italiana. Via le 110 province e via anche le attuali 20 Regioni: al loro posto 31-36 Regioni. E i Comuni? Una strage: da 8100 a 350.

Marcello Pradarelli

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