L'invisibile Ferrara "di puvrìt"
L'editoriale del direttore Stefano Scansani
Per conoscere Ferrara dalla parte delle povertà bisogna superare il cavalcaferrovia di via Wagner. Poi è necessario svoltare alla prima a destra e passare sotto la strada pensile dalla quale si è arrivati. Ecco la Rivana, a un niente dalla città, ma separata e nascosta.
A marcare la barriera c’è la notte di San Silvestro, perciò il buio pesto e quei teli rossi traforati che perimetrano i cantieri. Trapassarli è come sconfinare. Al di là c’è la zona artigianale, un campo di sosta per roulotte e caravan, la mensa in costruzione e quella provvisoria dell'Associazione Viale K. A segnalarla c’è una croce di lampadine che qualcosa ricorda della Via Crucis papale del Colosseo. Ma qui non c’è anfiteatro, e il pastore è un prete semplice: Domenico Bedin che ha stazza e caratteri rotondi, giusti per parlare e gestire quest’altra Ferrara.
Da venticinque anni la mensa garantisce pranzo e cena al popolo pressoché invisibile dei margini: carcerati che godono di misure alternative, immigrati, ex alcolisti, ex tossicodipendenti, barboni per scelta, mendicanti per obbligo, sfrattati. Il buio non permette di vedere che accanto al prefabbricato sta crescendo la nuova struttura. Pranzo e cena qui vanno d’accordo da cinque anni, dopo il trasferimento della mensa da viale Krasnodar, ex parrocchia di don Bedin, centrale originaria della larga e lunga rete di solidarietà che nelle ultime ore dell’anno vecchio mi ha attratto. D’impeto: naso, occhi e mani dentro quest’altra Ferrara dove i volontari si confondono con gli ospiti.
Questi ultimi arrivano per vie traverse dalla città, non avvistati, a piedi, in bici o su vecchie auto sovraccariche. Consumano il pasto o pigliano un sacchetto di cibo caldo per poi sparire. Svanire. Dileguarsi. Uomini, donne, cose, storie personali, tutto è unito dal comune denominatore della precarietà. Ciò vale per il mondo dell’Associazione Viale K come per tutte le altre realtà che operano localmente in prima linea. Cento i frequentatori della mensa, 350 le persone che hanno contatti con le varie strutture.
Ore 19 cena ordinaria. Ore 21 cenone per chi resta. I volontari stabili sono una sessantina, tra cui don Bedin; Giorgio che è pensionato delle Poste; quanto Gianni operaio metalmeccanico a riposo, e Daniele pensionato di Hera; quanto Vanni, imprenditore, fondatore della onlus Africa Twende e Vincenzo che sostiene la struttura di San Vito di Ostellato che ora ospita 25 profughi, oppure Sergio che arriva con i sacchi di pane di fine giornata, donati dai forni. Menù tale e quale per la cena ordinaria e il cenone alla Rivana: pasta e fagioli, un couscous come tradizione magrebina comanda, cucinato da Nourdin, salcicce e braciole di maiale valpadano lì accanto, cappone, pesce, pane, pasticcini.
Gli alimenti arrivano attraverso i mille generosi rivoli dei negozi piccoli o della grande distribuzione, ogni giorno. I meccanismi sono garantiti dal Banco Alimentare, da Last Minute Market e da altri progetti grazie ai quali i commercianti possono anche scaricare dalla tassa sui rifiuti. Un furgone passa per ritirare assecondando un giro e un programma complessi: mense, ma anche comunità e famiglie in difficoltà. Anche la stovigleria ha i suoi canali della provvidenza.
La provvidenza esiste? A braccia conserte dentro il caldo accogliente della stufa a pellet don Bedin dice che certo, sì, caspita, esiste. Gli altri lo correggono: «Sono comunque gli uomini di buona volontà a trovare soluzioni economiche e materiali».
Il prete replica con un sorriso: «Beh, sono strumenti del progetto divino. Ricordo quella volta che un signore insisteva perché lo confessassi, ma io in canonica ero preso dal problema di come trovare in fretta sette milioni di lire per garantire un servizio. E lui in chiesa pretendeva la confessione, subito. Ma che pretesa! Stavo per perdere la pazienza. Appena l’ho incontrato mi ha consegnato una busta con i fondi che disperatamente cercavamo».
C'è da credergli: don Bedin, di famiglia vicentina sbarcata per fame e lavoro nel Ferrarese negli anni Cinquanta, non passa attraverso la metafisica, quel che dice è solido. Così realistico che quando gli chiedo se tornasse a nascere sceglierebbe comunque di fare il prete, risponde subito e affermativamente, ma con una virgola ironica delle sue: «Sempre un poco trasgressivo, però».
Qui si predica il Vangelo in una maniera inedita, oppure dimenticata. Cioè con fatti, atti, gesti. Per gli auguri compare anche Jean Bosco, africano dellla Repubblica Democratica del Congo. No, il nome non trae in inganno: è la trasposizione genuina in francese di Giovanni Bosco. Perseguitato politico che a Ferrara ha un fratello prete, è il responsabile del dormitorio di Villa Albertina in via Modena, carattere gioviale, occhi brillanti, eppure è un guardiano-organizzatore rigoroso. Per gestire i dormitori servono dei lottatori perché l'utenza non si esaurisce nel catalogo generico e impalpabile dei “puvrìt”.
Chi cerca il letto in un luogo caldo è gente complessa e sfuggente: si manifesta per la notte e in una notte. Poi svanisce. Un popolo ora in espansione per la crescita esponenziale degli sfratti. Don Bedin dice che l’emergenza non è rappresentata dallo “sfamare” ma dall’“ospitare”.
Ne sa qualcosa. Lui vive in un ex convento con otto famiglie sfrattate, e dice che i 35 posti disponibili in via Modena dovrebbero diventare 50 per rispondere alle richieste. Il prete nega che potenziando l’accoglienza aumenti la schiera degli emarginati, cioè che con un fischio uno di loro ne richiami altri cento. Sono l’ingiustizia e l’insopportabilità del mondo ad aumentarne la schiera. Che non si vede.
s.scansani@lanuovaferrara.it
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