La Nuova Ferrara

Ferrara

contro la peregrinazione identitaria del ferrarese

Ma perché non giriamo la domanda: chi vuole stare con noi?

Ma perché non giriamo la domanda: chi vuole stare con noi?

Il confronto sui destini della provincia di Ferrara finirà come al solito in un fritto misto, in un gioco dei quattro cantoni, in una centrifuga territoriale. Semplicemente perché nella storia il...

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Il confronto sui destini della provincia di Ferrara finirà come al solito in un fritto misto, in un gioco dei quattro cantoni, in una centrifuga territoriale. Semplicemente perché nella storia il Ferrarese non ha conosciuto collante; e perché nel presente ognuno tira l’acqua al suo mulino. Non servono analisti e specialisti per intuire con chi preferirebbe stare Cento, con chi predilige dialogare Comacchio o Argenta; a chi guarda Bondeno; qual è la traiettoria di Goro o di Mesola. Ognuno ha la sua bussola, il proprio centro gravitazionale. Se fantasticamente ci fosse un via libera alle pulsioni e alle attrazioni delle province intorno, quella di Ferrara avrebbe come confini certi la Diamantina, Formignana, Ostellato. Solo il Copparese, così geograficamente centrale, sarebbe una realtà sociale, economica e politica certificata.

E Ferrara per antica vocazione riuscirebbe ad aggregare da altri soltanto l’immediato al di là del Po, cioè l'antico dominio estense traspadano, chiuso tra Melara e Ariano, cioè una tagliatella della fettuccina di Rovigo.

La discussione si anima, mai si eleva, anzi casca nella polemica, così che l’unica soluzione al dilemma “con chi andiamo?” diventa labirintica. L’indirizzo di marcia cambia per ogni settore considerato: economico (Bologna o Modena), turistico (Ravenna), infrastrutturale, ambientale, addirittura dialettale o gastronomico. Dunque non se ne fa nulla, e probabilmente alla nostra provincia non accadrà nulla, se non l’aggregazione a una Bologna che, essendo metropolitana e bulimica, troverà uno sbocco al mare e Ferrara sarà periferia; se non una connessione a Ravenna che ha altre traiettorie e dinamismi. Tutti blaterano, cincischiano, si dividono. Persino il Pd, il quale democraticamente spinge per Bo, ma predilige Ra, però preferirebbe un assetto variabile. Cioè: Ferrara è sola. Finora nessuno nel dibattito ha capovolto la questione: invece di chiederci e tormentarci sul “con chi vogliamo andare?”, perché non provare a chiedere “chi vuole stare con noi?”. La prima domanda è da Cenerentola decrepita, asfittica, passiva. La seconda è invece autorevole, propositiva, degna di chi sa di valere, contare, determinare, scommettere.

Questa peregrinazione identitaria è uno dei mali della nostra provincia e della nostra governance (va bene all’inglese, così nessuno s’offende).

La voglia di Bonaccini di ridisegnare le province, quindi diminuirle e fonderle, se dovesse prender corpo, avrà la stessa importanza della costituzione dello Stato di Ferrara (1208), della devoluzione del ducato estense allo Stato della Chiesa (1598), della definizione della Provincia di Ferrara dentro lo Stato unitario (1859). Ma non è una questione di calzemaglie, signorie, favole. Le scelte durano secoli, le governance no. (st.sc.)

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