«Bisogno di parlare, non di nasconderci»
Intervista al presidente Giovani Musulmani di Ferrara. «Il terrorismo vanifica anni di sforzi per combattere i pregiudizi»
FERRARA. Dal sangue parigino alla città dell’arcivescovo Negri, passando per i centri islamici di casa nostra. «Abbiamo bisogno, come comunità, di parlare e di non nasconderci», avverte Hassan Samid, presidente dell’associazione Giovani musulmani di Ferrara, che si esprime sui temi di strettissima attualità sia internazionali che locali.
Inevitabile partire da Charlie Hebdo e dai suoi morti. Che sensazione ha avuto quando ha capito che i terroristi erano islamici?
«Sorpresa, choc e grande confusione. Avevamo già vissuto l’11 settembre. Ed è come si fosse tornati a quel tempo, come se tutti gli sforzi fatti per sradicare i pregiudizi nei confronti dei musulmani fossero stati vani. Perché è stato chiaro fin da subito che quei fatti di sangue prestavano il fianco a strumentalizzazioni e a un’ondata di islamofobia».
Conosceva le vignette su Maometto della rivista francese? Cosa ne pensa?
«Anche i mass media islamici le avevano rilanciate in passato. Nei paesi musulmani le si giudica offensive e io sono d’accordo. Tra l’altro, vignette dello stesso livello di blasfemia avevano riguardato la cristianità. In un certo senso la vedo come il Papa, quando ha parlato dell’offesa e del pugno. Cosa che naturalmente non giustifica gli attentati».
Immagino che in tanti in questi giorni le abbiano chiesto di condannare quelle stragi. Cosa ha risposto?
«Mi è capitato spesso. Sono due le categorie di persone che fanno questa domanda: quelle ingenue, che legittimamente non sanno, e coloro che in modo provocatorio vogliono solo fare pressioni e farti sentire colpevole, alimentando il terrorismo mediatico. E magari sono gli stessi che poi ci chiedono perché non scendiamo in piazza».
Una manifestazione di musulmani contro il terrorismo viene organizzata a Cento. Perché non a Ferrara?
«Volendo si potrebbe fare anche qui. Tuttavia sono un po’ perplesso. Piuttosto che puntare all’evento dopo fatti singoli ed eccezionali, forse è meglio attendere che si calmino le acque e organizzare iniziative più durature e svincolate dalla stretta attualità, come cicli di incontri pubblici e di coinvolgimento.
Non c’è un atteggiamento di scarsa apertura da parte delle comunità islamiche? Può fare un’autocritica su questo punto?
«A volte si preferisce l’isolamento piuttosto che il mettersi in mostra, evitando il rischio di fare autogol. C’è una differenza però tra la prima generazione di islamici immigrati, che ritengono di non poter reggere il confronto anche per difficoltà linguistiche e scarsa conoscenza dell’italiano, e quelle successive: i giovani sono più coraggiosi, aperti al dialogo».
I più critici verso la vostra religione dicono che i centri islamici e le moschee sono poco trasparenti.
«Controlli ce ne sono già e non si tengono attività all’insaputa delle forze dell’ordine. Anche se non le ho mai viste all’interno dei tre centri islamici di Ferrara, in termini investigativi sono a conoscenza di quel che si fa. Anche se, è vero, servirebbe più apertura verso l’esterno».
La Lega nord reclama una moratoria sulle nuove costruzioni.
«Sbagliato e controproducente, perché finirebbe per favorire la clandestinità spirituale nei garage, in luoghi non pubblici e quindi meno controllabili. A Ferrara al momento non c’è bisogno di una nuova moschea: servono invece imam presenti in modo più stabile, più intellettualmente preparati. Vanno pagati ma non abbiamo grandi risorse finanziarie, i fedeli non sono ricchi: servirebbe un aiuto dai paesi d’origine».
Quante persone frequentano le moschee aperte in città?
«A spanne direi duecento per ognuno dei tre centri, anche se è difficile essere precisi: se entri e preghi, mica ti chiedono i documenti. C’è anche qualche italiano convertito».
Ma se qualcuno dovesse inneggiare alla Jihad e alla guerra santa, cosa si dovrebbe fare secondo lei?
«Dubito che se qualcuno avesse mai queste intenzioni lo farebbe a viso aperto. Comunque non ho dubbi: andrebbe allontanato e segnalato alle forze dell’ordine. Il contrasto deve essere a 360 gradi: non fatto solo di operazioni di polizia, importanti ma non sufficienti».
Si immagina una Ferrara islamizzata un domani?
«Le dinamiche demografiche parlano di un incremento della presenza di immigrati musulmani anche qui. Per certi versi è un’evoluzione, da accettare senza farsi spaventare. I miei figli saranno italiani musulmani, con cultura e tradizioni in continua mutazione, ben diverse da quelle del passato, non minacciose verso quel che c’è di consolidato».
Come vede la Ferrara cattolica e il suo vescovo?
«Negri si fa notare e per certi versi lo ammiro perché non ha peli sulla lingua. Quando parla di Islam gli direi di non generalizzare e strumentalizzare fatti violenti. A volte, mi pare che in lui ci sia frustrazione e che emerga un senso di inferiorità, quasi si accorgesse che il cristianesimo sta arretrando: vedi la polemica sulla movida e sui giovani che la Chiesa non controlla più».
Di giovani si occupa la sua associazione. Cosa fate?
«Siamo una trentina. Ci ritroviamo al centro l’Urlo del Barco. Aiutiamo i giovani a conoscere il mondo da cui provengono. Spesso nelle famiglie immigrate ci sono crisi d’identità e nascono problemi che portano ad abbandoni scolastici e al rischio di finire in un limbo che comprende la delinquenza. Servono valori forti e condivisi».
Fabio Terminali
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