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LA DOMENICA

Non chiamatelo inquilino del Quirinale

Quirinale
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L'editoriale del direttore Stefano Scansani

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Provate a contarle. Ci sono soltanto due maniere per dirlo: presidente della Repubblica o capo dello Stato. Poi l’optional dei sinonimi diventa magro. La similitudine più ricorrente - e più utilizzata da noi giornalisti quando siamo a corto di termini - è inquilino del Quirinale. Secondo me è brutta, bruttissima, perché evoca qualcuno che sta sempre sotto sfratto. Ma è comunque efficace: inquilino del Quirinale identifica colui che molti politici, partiti o movimenti desidererebbero.

Cioè una figura che ha in godimento il palazzo che fu di papi e re, ma consapevole della relatività del tempo, di antichi legami e devozioni, dei limiti precisi del suo ruolo. Il ragionamento mi vien comodo per sostenere che quello in corso oggi, in questi giorni, a destra, a sinistra, al centro e oltre, è un confronto su nomi e cognomi e carriere certo, ma innanzi tutto su ciò che è necessario o vantaggioso: un capo dello Stato o appunto un inquilino del Quirinale?

Non è una scelta semplice se si considera che l’eletto dopo il prossimo 29 gennaio sarà il riferimento, il contrappeso, il bilanciamento della vita istituzionale per i prossimi sette anni. Non ho utilizzato altre due parole ricorrenti per determinare l’attività del presidente: notaio o garante.

La prima eventualità piacerebbe a una moltitudine di leader, sottoleader e paraleader che ogni tanto inneggiano alla Repubblica presidenziale o altrimenti a un premier con più poteri.
Un inquilino-notaio del Quirinale, cioè un presidente che parla solo per atti, oggi, sarebbe una pessima scelta: una normalizzazione del Colle, quando fuori tutto è anormale.

Il capo dello Stato è tale quando interpreta il ruolo sintonizzandosi con le emergenze del suo tempo. Giorgio Napolitano non è stato un inquilino e men che meno il notaio nel doppio mandato nel quale tutti gli altri pesi e contrappesi sono andati a farsi benedire. Quasi nove anni, nei quali il “comunista” secondo il berlusconismo, e colui che “dovrebbe costituirsi, non dimettersi” per il grillismo incerto sul da farsi, ha garantito equilibrio, sciolto e benedetto governi, navigato a vista.


Il colle del Quirinale, non per mito e orografia, è stato di conseguenza il più alto.
Sarà inevitabile, allora, per il successore di Napolitano misurarsi con nove anni vissuti “in gran tempesta” in quell’Italia che ancora Dante marchiò come “non donna di provincie, ma bordello”.


È inevitabile allora che l’oceano politico sia molto agitato, anche per la memoria del travaglio che nell’aprile 2013 portò alla riconferma di Napolitano. Per oceano politico intendo anche e più che altro il mare interno al Pd il quale, oltre a essere ridotto a vasi non comunicanti, sgrana una catena di nomi e una sfilza di sospetti sui contenuti del Patto del Nazareno.

C’è da temere che tra il setaccio interno del Pd e il filtro esterno del centrodestra e del Movimento 5 Stelle vi sarà una disputa sui canditati tipo “inquilino” e quelli di genere “garante”.
Di certo l’abbandono della partita di Romano Prodi che porta le cicatrici dello smacco di due anni fa, evoca un quadro imprevedibile. E sciolto, nonostante Renzi l’ottimista prometta il nome (un nome soltanto) per la data del 28 gennaio.


Il miracolo quirinalizio solitamente si avvera così: fra le tante fazioni e i troppi candidati sacrificati, le risse e i sotterfugi che avviliscono la politica e le istituzioni, viene intercettato quello che sarà un “buon presidente” o che calandosi nel ruolo diventerà un “buon presidente”.


In questo marasma di fine regno e di bordello (dantesco) per l’elezione c’è molto alone da conclave profano.
Perché - dicono i politici - alla fine devono essere fatti gli interessi del Paese. Cioè si passerà dalla ricerca del tipo “inquilino” all'eletto “grazie all’intercessione dello spirito istituzionale” che non è santo. Se è così, sul colle più alto è necessaria una personalità all’altezza.

s.scansani@lanuovaferrara.it
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