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«Un boato nel buio, così ho perso il mio Francesco»

Gioele Caccia
Francesco Marzola e Michela Berveglieri (foto Facebook)
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Francesco Marzola e Michela Berveglieri (foto Facebook)

Parla Michela, la fidanzata ricoverata al Sant’Anna: «Urlavo nel silenzio. Per uscire ho rotto il parabrezza»

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FERRARA - L’inferno può assumere forme diverse. A Michela Berveglieri si è presentato l’altra notte con un boato seguito dal buio, dal silenzio della morte e dall’angoscia della solitudine. «Stavo dormendo sul sedile accanto a quello di guida - racconta la giovane da un letto del reparto di Medicina d’urgenza, al Sant’Anna - mi ha svegliato quel rumore fortissimo. Non c’era luce, non vedevo niente». L’auto su cui viaggiava assieme al fidanzato, Francesco Marzola, 25 anni compiuti a dicembre, si era appena schiacciata contro il tronco di un albero nel fossato accanto alla superstrada, un chilometro circa dopo lo svincolo per Cona.

Michela è distesa su un fianco, ha una flebo inserita in un braccio ma può parlare. Il blocco della cintura di sicurezza le ha compresso il torace, i medici hanno deciso di tenerla sotto osservazione. Pochi mesi fa aveva conosciuto Francesco. Un amore giovane, sbocciato alla fine dell’estate, cadenzato dalle serate trascorse in discoteca nel fine settimana. Francesco stava dietro al banco: del bar della stazione di Ferrara dove lavorava e della console dei locali dove mixava la musica. «Era questa la sua passione da tanti anni», racconta la ventiquattrenne di Madonna Boschi avvolta e protetta, nella stanza d’ospedale, dallo sguardo amorevole della madre e dall’affetto di due amici che ieri pomeriggio l’hanno raggiunta a Cona.

«Eravamo stati al Barracuda di Lido di Spina, erano passate da poco le 4 e mezza del mattino e stavamo rientrando a casa - ricorda la ragazza con un filo di voce - Io mi ero appisolata quando un’auto ci ha tamponato e spinto fuori strada in un tratto dove non c’è il guard rail. Ho sentito un colpo fortissimo, mi sono svegliata, era buio. Ho cercato di aprire lo sportello e di fare luce».

Lo sportello però era bloccato, deformato dall’impatto contro l’albero. Il silenzio le ha gelato il sangue. Nell’auto - così ricostruisce Michela le prime immagini che ha catturato dopo il dormiveglia - era «saltato tutto, gli air bag, il cruscotto, i vetri dei finestrini».

«Ho iniziato a urlare e a chiamare Francesco con tutta la voce che avevo, nessuno rispondeva - prosegue Michela Berveglieri - cercavo disperatamente la luce dei lampeggianti, alla fine sono riuscita ad accendere quella dell’abitacolo. Francesco era vicino a me, ferito, non si muoveva. Ho capito subito che il colpo per lui era stato troppo forte». Con la luce accesa la giovane ha individuato l’unica via di uscita. «Il parabrezza si era spaccato ma era ancora al suo posto - spiega la ragazza - ho spinto con i piedi e sono riuscita ad aprirmi un varco». Il buio della notte e il silenzio della campagna ancora deserta l’hanno accolta all’esterno. Pochi passi ed ecco la corsia della Ferrara-Mare: «Ho chiesto aiuto, si sono fermati dei ragazzi e hanno chiamato i soccorsi».

L’ambulanza, i carabinieri, i medici, gli esami al torace. La ragazza, a causa dello strappo della cintura di sicurezza, ha subìto la frattura di alcune costole. I sanitari stanno verificando se la compressione dell’addome ha provocato altre lesioni interne.

Michela Berveglieri abita a Madonna Boschi e lavora a Vigarano, in un laboratorio che produce cosmetici. Da quando Francesco era entrato nella sua vita praticamente «tutti i sabati qualcuno lo chiamava a fare il dj. Gli piaceva ma non faceva solo quello. Stavamo tornando a casa, lui avrebbe dovuto iniziare il suo turno al bar alle 7». Neanche il tempo forse di appoggiare la testa sul cuscino, il prezzo da pagare - e a 25 anni sembra sostenibile - per mantenere l’uno e l’altro, il lavoro e l’hobby della vita, il dovere e il sogno che rende felici. Un sogno che si è spezzato, per l’ennesima volta, sul bordo sconnesso di una strada. «Francesco - così lo ricorda la fidanzata - era una persona responsabile, con la testa sulle spalle. Per la sua famiglia era l’uomo di casa, una persona speciale».

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