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Ambulanze, il groviglio del volontariato

di Gioele Caccia
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Orari e tariffe diversi, disponibilità del personale non garantita. Così le dimissioni dall’ospedale diventano un calvario

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Il caso di Oreste Mazzuccati, che sabato scorso ha atteso per due ore un’ambulanza all’ospedale di Cona che riportasse a casa la madre inferma, ha avuto numerosi precedenti. Alcuni sono stati segnalati con lettere ai giornali, altri raccontati dal lettore al redattore che trattava la notizia. Ma il copione, negli ultimi due anni, è rimasto quasi inalterato. Chi viene dimesso dal Sant’Anna a tarda ora e necessita di un trasporto con mezzo attrezzato e personale di supporto perché infermo, può avere l’impressione che il mondo si sia dimenticato di lui. Il primo caso venne segnalato alla Nuova Ferrara nel luglio del 2012 (due mesi dopo l’apertura del polo di Cona): la malcapitata era una signora che aveva dovuto spendere 150 euro per pagare il servizio a un equipaggio giunto...da Bologna. Un mese dopo, sempre sulla Nuova Ferrara, era stato esposto il caso di una paziente invalida per l’amputazione di una gamba. All’uscita dal Sant’Anna le era stato consegnato un elenco di associazioni a cui rivolgersi per il servizio di trasporto a domicilio. Una sola però, con sede in città - e solo dopo quattro ore - aveva mandato a Cona mezzo e personale.

Negli ultimi due anni questi episodi sono stati seguiti da altri, fino all’ultimo - scaturito dalla disperazione e dalla rabbia di un cittadino che alla fine si è rivolto alla polizia di Stato - pubblicato ieri sulle pagine della cronaca cittadina.

Una situazione di grave disagio per l’utenza, spesso anziana, affetta da disturbi e malattie croniche e con gravi difficoltà di movimento, già al centro di segnalazioni «all’Urp e al 118», sottolineano alcuni rappresentanti delle associazioni di volontariato (in totale 11) che vengono indicate ai pazienti dimessi. Qualcuno parla di colleghi che vengono «chiamati troppo spesso e noi quasi mai». Ascoltando più campane appare chiaro come il sistema del trasporto ordinario si sia trasformato col tempo in una sorta di ginepraio dove si sgomita e si scalcia per procurarsi un servizio diurno, dove la certezza della prestazione non esiste e dove si è radicata nel tempo una giungla di tariffe e di prezzi che variano anche del doppio da un’associazione all’altra. Un settore su cui il controllo pubblico - considerando che si trasportano pazienti, cioè persone fragili - dovrebbe probabilmente concentrare attenzione e controlli.

«L’estate scorsa ho assunto direttamente informazioni sul funzionamento del servizio, che è affidato al volontariato - spiega Adelina Ricciardelli, responsabile medico del 118 - Ho potuto verificare che molti operatori non rispondono di notte e alcuni al sabato e alla domenica. In più si tratta di volontari che non sempre hanno la possibilità, per i più svariati motivi, di fornire la prestazione. Abbiamo quindi individuato una soluzione: se nessuna associazione risponde alla chiamata o è in grado di elargire il servizio il paziente dimesso dal pronto soccorso si può rivolgere al personale e l’operatore attiverà una soluzione ‘supplementare’ che abbiamo concordato. Sabato sera probabilmente questa opzione in più non è stata trasmessa all’utente, c’è stata una carenza di informazione».

«Il punto - sottolinea Patrizia Fabbri, del Sant’Anna - è che il volontariato finora non ha dimostrato di sapersi gestire in modo da poter fornire un servizio continuativo (di notte e nel week end, in particolare). E il “118” si deve occupare di emergenza non di trasporti ordinari». Dalle associazioni, nessuna sopresa. «Sabato sera eravamo impegnati in un servizio fuori zona», risponde la Croce Bianca. Life Soccorso, altro sodalizio, ribatte che sabato sera «eravamo in due, entrambi ammalati, con la febbre. In passato - precisa il responsabile Davide Stoppa - abbiamo attivato un’ambulanza specifica con l’idea di potenziare il servizio. Abbiamo speso 2mila euro e ne abbiamo incassati 70. Abbiamo desistito». «Noi sabato sera avevamo una macchina a Ravenna e abbiamo spiegato che non potevamo intervenire subito a Ferrara», ricorda Ivan Ghirardelli (Pubblica Assistenza Comacchio soccorso). Lorenzo Pancaldi (Pubblica Assistenza Città di Portomaggiore) è esplicito: «Non avevamo volontari disponibili». Altri non avevano il servizio attivo a quell’ora o dicono di non aver ricevuto chiamate.

 

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