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Tsunami ’ndrangheta, 107 arresti

di Francesco Dondi
Tsunami ’ndrangheta, 107 arresti

Colpo mortale all’organizzazione che domina gli affari tra Modena e Reggio. In manette anche un tecnico di Casumaro e l’imprenditore Bianchini

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«L’Emilia Romagna si muove poco, non c’è più la caciara che c’era prima perché adesso si sono creati degli investimenti veramenti importanti in quell’area, per questo magari sembra ci sia un po’ di silenzio. Silenzio che non si spara». La confessione del pentito Luigi Bonaventura racchiude in poche righe quella che la ’ndrangheta è diventata in Emilia: nessuno sparo, solo affari e investimenti. Da anni si parla di mafie che hanno smesso la coppola per indossare la cravatta, ma quanto emerso dall’inchiesta “Aemilia” racconta di un’infiltrazione radicata, affaristica, talvolta violenta, che si estende anche ai rami istituzionali statali e pubblici. Detto in un altro modo: la malavita è tra noi. E spesso comanda.

«Un risultato che non esito a definire storico, senza precedenti», dice il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, mentre da Bologna commenta la maxi operazione dei carabinieri contro la ’ndrangheta in Emilia ed in tutta Italia, legata al clan Grande Aracri di Cutro, coordinata dalla dda di Bologna che ha portato a 117 richieste di custodia cautelare (di cui 110 portate a termine, 7 ancora i latitanti) e oltre 200 indagati per la maggior parte in Emilia. Sono 20 i modenesi indagati, cinque sono in carcere, tra cui l’imprenditore sanfeliciano Augusto Bianchini e altrettanti ai domiciliari, compreso il capo ufficio Lavori Pubblici del Comune di Finale, Giulio Gerrini, che vive a Casumaro nel Ferrarese oltre al figlio e alla moglie di Bianchini.

Tra gli arrestati anche il capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale e consigliere provinciale a Reggio Emilia, Giuseppe Pagliani, il padre del calciatore Vincenzo Iaquinta, imprenditore di Reggiolo, e il giornalista Marco Gibertini. La maxi operazione ha portato anche al sequestro di beni per oltre 100 milioni di euro: il provvedimento riguarda numerose società riconducibili ad alcuni degli indagati ed anche un’intero quartiere composto da circa 200 appartamenti a Sorbolo. L’operazione ha visto impegnati i carabinieri del comando provinciale di Modena, insieme a quelli di Parma, Piacenza e Reggio Emilia, la Finanza di Cremona e la Dia regionale. Tra le accuse contestate a vario titolo, associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione, reimpiego di capitali di illecita provenienza, riciclaggio, usura, emissione di fatture per operazioni inesistenti, trasferimento fraudolento di valori, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, danneggiamento e altri reati, aggravati dal metodo. In contemporanea, i militari dei comandi provinciali di Crotone e Mantova, nelle rispettive province e in quelle di Cremona e Verona, hanno eseguito decreti di fermo di indiziato di delitto emessi dalle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro e Brescia nei confronti di 46 soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, degli stessi reati.

Ma il momento in cui si palesa la forza della famiglia di Cutro, stabilizzata in Emilia fin dal 1982, arriva dalla fotografia offerta dal procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso.

«In Emilia non abbiamo locali (cosche di ’ndrangheta, ndr) come in Lombardia o Piemonte - ha spiegato - ma la presenza di un'organizzazione con un contenuto prettamente imprenditoriale. In oltre 32 anni l’associazione si è sviluppata, crescendo come una metastasi nel corpo sano. L'organizzazione si è prima insediata e strutturata nel territorio, inquinando diversi settori dell’economia a partire dall’edilizia fino ad arrivare a toccare consulenti, ma anche amministratori e dirigenti pubblici, appartenenti alle forze dell’ordine e anche giornalisti». Perché nell’inchiesta finiscono alcuni politici - venne ascoltato, come persona informata sui fatti, anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Delrio - ma anche sette appartenenti alle forze dell’ordine tra carabinieri in servizio a Reggio e poliziotti collegati alla famiglia malavitosa e che operano in Calabria, ma pure a Reggio, uno dei quali, Domenico Mesiano, risultava essere addirittura l’autista del questore di Reggio, che minacciò una giornalista affinché non pubblicasse notizie sulla famiglia di Antonio Muto, ossia uno dei vertici dell’organizzazione. E mentre il giornalista Marco Gibertini si dimostra particolarmente disponibile verso i grandi capi Nicolino e Gianluigi Sardone a cui organizza e fa interviste, ecco emergere i tentacoli della ’ndrangheta nel modenese. Anzi, è proprio sotto la Ghirlandina che trent’anni fa iniziarono i traffici di Antonino Dragone prima - fu il primo malavitosa inviato al confino emiliano e fu anche il fondatore dell’associazione criminale nostrana - e Nicolino Grande Aracri poi. Grazie alle numerose informative dell’Arma modenese si è arrivati ad imbastire un procedimento che entra di diritto tra le principali operazioni anti-ndrangheta mai portate a termine in Italia.

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