Lavoro, attesi 4000 posti. Ma non basta
I dati dell’istituto di ricerca Ires sugli investimenti strategici del territorio. Ma siamo poco specializzati e troppo poco globali
L’istituto di ricerca Ires, legato alla Cgil, ha analizzato 125 investimenti strategici in ballo in Emilia Romagna, in parte già parzialmente concretizzati ma in maggioranza ancora allo stadio di progettazione. Nel Ferrarese ne sono stati presi in considerazione una dozzina, tra infrastrutturali (Cispadana, manutenzione dell’asta del Po, autostrada E45, Idrovia, edilizia pubblica, i lavori di Unife), produttivi (Berluti, Vm, riqualificazione petrolchimico) e immateriali (distretto della costa, ciclabile Vento sulla Destra Po, accordo territoriale per Comacchio). Le ricadute se tutto ciò andasse in porto? Entro il 2018, sulla base di un miliardo e 300 milioni circa di investimenti, il valore prodotto includendo l’indotto sarebbe di un miliardo e 800 milioni, con la realizzazione di 3.390 nuovi posti di lavoro. Le cifre sono state fornite da Giuliano Guietti, presidente regionale di Ires. «Queste analisi vanno inserite in un contesto provinciale che ci parla di un sistema produttivo sbilanciato sulla piccola impresa e poco internazionalizzato, dove le figure professionali sono meno qualificate che altrove e c’è una scarsa occupabilità per la forza lavoro entro i confini ferraresi», sottolinea l’ex segretario della Cgil.
Svantaggi che si traducono in una conseguenza: i 533mila euro di investimenti “necessari” per ogni posto di lavoro, una somma che è in pratica doppia rispetto a quella media regionale. «Ciò si spiega con la scarsa densità imprenditoriale del territorio», nota Guietti il quale poi evidenzia che un’eventuale ripresa di occupazione non sanerà a breve le ferite inferte dalla crisi: «I 3.390 nuovi posti stimati sono solo il 46,5% del fabbisogno occupazionale per tornare al tasso di occupazione del 2007, al netto di probabili ulteriori licenziamenti». Resta il fatto che la boccata d’ossigeno si intravede. «Gli investimenti produttivi – prosegue il presidente Ires -, che andrebbero comunque potenziati, toccano opportunamente i settori più capaci di innovare e fare ricerca: chimica di base, meccanica, motoristica, agricoltura, calzaturiero. Peraltro gli investimenti immateriali andrebbero ulteriormente sostenuti, vista la loro importanza per aumentare l’attrattività turistica, qualificare un terziario qui più arretrato che nel resto della regione e favorire l’occupabilità locale dei giovani». A giocare la parte del leone rimangono tuttavia le infrastrutture che muoverebbero il 78% del valore aggiunto, contro il 16% del settore industriale e il 6% dell’immateriale.
L’indagine è stata al centro, ieri mattina, di un convegno della Cgil in cui il sindacato ha puntualizzato la propria proposta per il rilancio dell’economia locale. «Emerge una polarizzazione – osserva il segretario Raffaele Atti - tra poche imprese basate sull’export, che hanno da tempo superato la crisi, e il resto che rimane in recessione. Così va ristretta la forbice di un distacco che si sta allargando con le altre parti della regione. Si prefigura un 2015 in cui le grandi difficoltà continueranno, configurando un rischio di avvitamento in termini occupazionali dato che con il Jobs Act avremo un calo progressivo delle coperture offerte dagli ammortizzatori sociali». Un allarme inoltre viene lanciato sul polo chimico cittadino: «Al di là dell’importante investimento sul nuovo impianto degli elastomeri, rischia la marginalità nelle strategie Eni dopo la chiusura del cracking a Marghera».
Fabio Terminali
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