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confronto ieri a Giurisprudenza

La Cgil non molla la presa sul Jobs Act

La Cgil non molla la presa sul Jobs Act

«Il licenziamento sembra essere diventato un diritto del datore di lavoro, così si regredisce»

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La Cgil non molla la presa sul Jobs Act. A giorni i primi due decreti attuativi della legge delega di riforma del mercato del lavoro approderanno in commissione parlamentare, prima della stesura definitiva.

«In questo provvedimento il governo ha fatto propria la piattaforma della grande impresa; c’è uno scarto tra promesse di riduzione della precarietà e realtà piuttosto evidente», sostiene il segretario Raffaele Atti. Nel corso di un dibattito a Giurisprudenza, Gian Guido Balandi elenca le ragioni per cui ritiene il Jobs Act regressivo: «Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti è ingannevole – dice l’ordinario di Diritto del lavoro di Unife -. In realtà il licenziamento sembra essere diventato un diritto del datore di lavoro, riprendendo in questo modo parole d’ordine della destra. La filosofia del provvedimento, che dal punto di vista giuridico è di una rozzezza disarmante, è tutta nel tentativo di tenere lontana dal giudizio la vicenda del licenziamento, estendendo la possibilità di conciliazione anche attraverso assegni circolari sventolati in faccia dall’imprenditore al lavoratore». Per Ezio Barachetti, responsabile area contrattazione e mercato del lavoro della Cgil nazionale, «l’idea di fondo della legge delega è la negazione della dignità del lavoro. Si parte con l’obiettivo di ridurre il dualismo tra i cosiddetti garantiti e i precari, poi in realtà si abbassa semplicemente l’asticella dei diritti dei primi. È inutile emendare il decreto attuativo sulle tutele crescenti: «così come è inaccettabile. Per quello sugli ammortizzatori sociali – prosegue il sindacalista - chiediamo tra l’altro di aumentare il valore minimo degli indennizzi e di ripristinare la proporzione di pena al lavoratore in caso di licenziamento disciplinare: cinque minuti di ritardo non possono valere l’espulsione dall’azienda».

Fabio Terminali

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