Come ti raddrizzo la diocesi in due e due quattro (anni)
È in guerra contro il “sentiero demoniaco”. E da Ferrara un silenzio assordante
SEGUEDALLA PRIMA. Pare che questo vescovo, imprevisto e imprevedibile, sia l’unico soggetto di punta (opinion leader) che increspa la pax ferrarese. Tant’è che la città replica a Negri con la sua miglior arma tattica: la bomba del silenzio.
Eppure ce ne sarebbero da dire e ridire al monsignore, esibire il cuore laico di Ferrara. Circa le ultime equazioni dell’arcivescovo su aborto e crisi economica le reazioni pubbliche si sono contate sulle dita di una mano.
Ad esempio quella dei giovani del Pd era da mettere in conto: probabilmente gli adulti del Pd hanno demandato ai primi il palleggio di una patata bollente, cioè il contrattacco al vescovo. Cosa che, in presenza di un quasi monocolore in municipio e in Provincia guidato da Tiziano Tagliani, che cattolico è, potrebbe voler dire Ferrara ghibellina (civica-imperiale) contro Ferrara guelfa (catto-papalina). La qual cosa, a livello politico, potrebbe essere considerevole nonostante le elezioni amministrative risalgano ormai al maggio scorso.
Oltre all’equazione aborto-crisi economica, rendo pubblici alcuni dubbi che mi sono stati confermati dall’omelia di monsignor Negri di domenica scorsa in cattedrale. Era la Giornata per la Vita. L’arcivescovo a un certo punto, demandando a Dio e solo a Dio la volontà e la disponibilità dell’esistenza, ha affermato: «Di fronte a questa certezza che si rinnova nel cuore, sta il sentiero demoniaco che da un certo momento in poi ha preso il sopravvento nella vita della nostra società».
I miei dubbi sono i seguenti. Pochi o nessuno in questa città rispondono alle invettive e ai moniti del monsignore perché il monsignore ha ragione, oppure perché i temi affrontati sono universali e non indigeni? E ancora, pochi o nessuno in questa città rispondono al monsignore, perché la linea rocciosa del monsignore ormai è chiara e ripetitiva, oppure perché il silenzio è l’arma tattica cara ai ferraresi?
Infine un dilemma più largo segna il mio orizzonte domenicale: se davvero questo arcivescovo è l’oscurantista neomedievale che i giovani del Pd hanno tratteggiato nel loro documento del 2 febbraio, perché nessun intellettuale progressista, docente illuminato, gruppo spontaneo di pensatori, ha risposto colpo su colpo all’ecclesiatico panzer?
L’insussistenza del dibattito dovrebbe un poco preoccupare perché induce a credere, così, a spanne, che la voce e l’autorità della Chiesa ferrarese “non buchino più lo schermo”, cioè siano marginali; oppure che la dialettica non sia più un’azione vitalistica per questa società. Tutto ciò sarebbe onestamente preoccupante.
Questa marcia pastorale, questa intonazione granitica, questi obiettivi monsignor Negri li ha delineati al suo ingresso in questa arcidiocesi, il 3 marzo 2013.
In una intervista al settimanale “La Voce di Ferrara-Comacchio” aveva messo in chiaro i principi non negoziabili: «Che vanno dalla difesa della vita, sin dal suo sorgere, fino alla famiglia: una, unica, eterosessuale, alla nascita ed educazione dei figli, non costituiscono un complesso ideologico. Lo dico con una certa forza perché ho visto che alcuni, anche di chiara ispirazione cattolica, hanno affermato che questi valori possono diventare un’ideologia».
Questa spiegazione fa il paio con la messa a fuoco - nella stessa intervista - della muscolarità di monsignor Negri il quale, allora come oggi, insiste. E spiega che cosa vuol fare qui, almeno fino al 26 novembre 2016, quando compirà i 75 anni e rassegnerà le dimissioni nella mani di papa Francesco: «Credo però che anche questa Chiesa, negli ultimi decenni, come tutte le Chiese, sia stata investita da una crisi che non si aspettava. Un’opposizione radicale, che non bisogna spaventarsi a chiamare con il suo nome: “cristianofobia” l’ha definita il Papa, che si esprime da una parte come tentativo di eliminare ogni riferimento alla tradizione e dall'altra come volontà di omologazione della società su criteri banali».
Ancora Negri cava prove e controprove dal suo sapere: «Aveva ragione Hannah Arendt quando parlava della categoria della banalizzazione. Certo lei parlava del male nazista, ma credo che valga in generale per il nostro tempo che cerca di banalizzare la vita, dopo la fine delle grandi ideologie. Quindi io credo che la sfida da raccogliere sia di testimoniare che il cristianesimo contiene l’unica possibilità per superare la banalizzazione della vita umana e per ridare alla essa le sue dimensioni autentiche: di verità, di libertà, di dignità, di costruttività, di capacità di sacrificio e di lavoro, di sopportazione delle circostanze pesanti, come ad esempio la crisi in cui versa il nostro Paese dalla quale non si esce semplicemente con interventi di carattere tecnico. Per dirla in termini cari a Papa Benedetto noi ci troviamo in un periodo in cui si rende necessaria una “Nuova Evangelizzazione”». E lui avanza, batte sull’incudine. Le catenelle del Comune gli fanno il solletico.
Stefano Scansani
s.scansani@lanuovaferrara.it
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