Epilessia, il ruolo dell’ippocampo
Studio apre nuove prospettive per conoscere meglio la malattia
Una nuova ricerca, frutto della collaborazione tra l'Università di Ferrara (dipartimento Scienze della Vita e Biotecnologia, sezione di fisiologia generale), l'Università di Siena e l'azienda ospedaliero-universitaria senese, è stata recentemente pubblicata sulla rivista scientifica internazionale “BBA Molecular Basis of Disease”.
I professori Giuseppe Valacchi e Franco Cervellati, del gruppo ferrarese di ricerca, hanno coordinato la parte biologica-molecolare e insieme al team della città toscana di cui fanno parte, tra gli altri, i professori Mariottini e Hayek, hanno messo in luce alcuni nuovi aspetti che sono implicati nella patogenesi dell'epilessia farmaco-resistente. Abbiamo contattato gli scienziati per farci spiegare la loro scoperta.
Il professor Valacchi afferma che «l'epilessia è una malattia del sistema nervoso centrale; attualmente ne soffrono oltre 50 milioni di persone nel mondo, e nonostante esista un'ampia varietà di farmaci, oltre il 30% dei casi è refrattario alla terapia medica. In questi casi l'alternativa è l'atto chirurgico».
I ricercatori spiegano che «sono stati analizzati i campioni di cervelli di 50 soggetti farmaco-resistenti in un arco temporale di dieci anni, dal 2003 al 2013. Questi campioni sono poi stati comparati con cervelli di pazienti sani. Si è potuto osservare che nel cervello dei pazienti farmaco resistenti, nella zona denominata ippocampo, si ha un aumento del danno ossidativo. Questo produce delle sostanze che possono “attaccare” le proteine. Tra queste ultime, l'acquaporina gioca un ruolo fondamentale nel regolamento dello scambio idrico. Si è visto che nei neuroni dei malati farmaco resistenti, l'acquaporina è attaccata da un’aldeide che si forma durante il processo ossidativo della membrana cellulare. In questo modo, questa proteina influisce sull'eccitabilità del neurone». Quale sarà il passo successivo? «Si tratterà di capire perché queste cellule sono così suscettibili al danno ossidativo - spiega Valacchi - Inoltre, dato che si è giunti a comprendere alcuni dei meccanismi che portano alle crisi epilettiche, si potrà prescrivere una più mirata terapia farmacologica perché si sa cosa si va a colpire».
Grazie alla sinergia tra biologi e medici si è giunti a questa importante scoperta, che nel tempo potrà influire sulla vita di molte persone.
Veronica Capucci
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