Francesca Cappelletti: al ministero con testa nel 1610 e competenza del 2015
La storica dell’arte riconfermata nel Consiglio Superiore dei beni culturali
di STEFANO SCANSANI
Scherza, ma non troppo. Dice di avere la testa nell’anno 1610, ma sta nella cabina di pilotaggio del ministero dei beni culturali oggi, anno 2015. Cioè nel periglio, tra i flutti, verso l’approdo. Il 1610 è l’anno di morte di Caravaggio sulla spiaggia di Porto Ercole, amatissimo ed esplorato artista da Francesca Cappelletti. L’altra sera lei è stata riconfermata nel Consiglio Superiore del ministero guidato dal ferrarese Dario Franceschini.
Ma l’epilogo non sarà da tragedia chiaroscurale caravaggesca. L’onda dell’entusiasmo che la Cappelletti soffia in questa intervista fa intendere che il ruolo che è stata chiamata a svolgere per tre anni (due nel precedente mandato) è entusiasmante, con obiettivi importanti. La specialista, romana di nascita e formazione, si definisce anche ferrarese. E ha ragione. Da oltre dieci anni è docente di storia dell’arte moderna nella nostra Università, dov’è impegnata anche nell’area gestione e valorizzazione del patrimonio culturale del Tecnopolo Università-Regione Teknehub, ed è componente del comitato scientifico dell’Istituto di Studi Rinascimentali. La Cappelletti è in partenza per Parigi dove, nel Petit Palais, il 24 febbraio sarà inaugurata la mostra “I bassifondi del Barocco - La Roma del vizio e della miseria”. Si tratta della trasposizione francese dell’evento che è stato ospitato nella capitale italiana, a Villa Medici, fino al 18 gennaio.
. Sta per volare a Parigi per la sua mostra in trasferta dedicata ai bassifondi del barocco romano. Che ci vede di barocco e quindi decadente e viziato in questa Italia socio-artistica?
«Magari corrispondesse quel momento storico nella cornice del quale ho progettato la mostra con l’attuale. Allora Roma brulicava di artisti, c’era una comunità intellettuale internazionale, c’era la febbre del nuovo caravaggismo e una sorta di controcultura nella vita quotidiana, nella vita notturna. E in Francia c’è oggi grande ascolto per questa proposta espositiva e per l’Italia di quel periodo».
Qual è il suo bilancio dei due anni trascorsi nel Consiglio Superiore dei beni culturali? Cioè dell’esperienza che si accinge a replicare?
«Basta un aggettivo? Fondamentale. Per me che vivo all’Università, nelle biblioteche e negli archivi, essere nel Consiglio Superiore dei beni culturali è un’esperienza fondamentale nel cercare di mettere gli studi al servizio del patrimonio. Così io, che per paradosso ho la testa nel 1610, ho instaurato e continuo a nutrire un bel rapporto fattivo con l’attualità, cioè con la gestione del nostro sconfinato patrimonio».
Perché precisa proprio quella data, decisamente barocca?
«Il 1610 è l’anno della morte di Caravaggio, tanto per tornare ai caratteri della mostra. Proprio forte di questa esperienza di storica spero di aver dato e dare un contributo scientifico all’attività del ministero».
L'Italia dei beni culturali vista dal Consiglio Superiore. Qual è il maggior dolore?
«È un dolore replicato ogni volta che i direttori generali presentano i bilanci. Loro erano e sono i primi a tentare di suddividere equamente l’esiguità delle risorse. Nonostante questa crisi, questi tagli, questa difficoltà da parte dello Stato ad investire, credo che si possa avviare la riforma, una modalità nuova per tutelare e valorizzare il patrimonio. È esattamente quello che sta facendo il ministro Franceschini con nuove idee e prospettive. Due esempi e due maniere nuove di ragionare: una filosofia diversa nell’utilizzo delle risorse, l'introduzione dell'art bonus».
Il suo programma per i prossimi due-tre anni nel Consiglio Superiore?
«L’attività prevede la formulazione di pareri obbligatori, ad esempio sugli accordi internazionali o sui piani regionali. Tutto sta cambiando e quindi il lavoro del Consiglio - che fornisce pareri al ministro - ora è fondamentale. Basta pensare all’importanza rivoluzionaria dei bandi per l’individuazione dei direttori dei grandi musei italiani, che sono stati aperti al mondo».
Nuove idee?
«C’è già parecchio da fare con l’istituzione della nuova direzione per l’educazione e la ricerca. Vale a dire che, finalmente, il ministero dei beni culturali lavorerà con quello dell’Università perché la separazione fra i due è irrazionale. L’obiettivo è quello di ricostruire subito un rapporto vitale e strategico. Spero di poter dare il mio contributo dentro e intorno».
In due battute come lo vorrebbe il museo, oggi?
«Semplicemente inclusivo, aperto, parlante».
E come vede Ferrara dal Collegio Romano, cioè dalla sede del ministero per i beni e le attività culturali?
«Rispondo partendo da Ferrara e non da Roma, perché insegno all’Università della città emiliana da più di dieci anni. Affermo che per i suoi numeri Ferrara è una città possibile, nel senso che è, insieme, cornice e materia di studio. Si lavora bene con le istituzioni, c’è molto ascolto dell'ambiente universitario e si fa seria ricerca scientifica. Insomma, c’è un circolo virtuoso. Dopo l’inaugurazione della mostra parigina, sarò di nuovo lì, a Ferrara».
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