Minacce, multato un sindacalista
Condannato a pagare 50 euro, l’accusa aveva chiesto sei mesi
L’accusa aveva chiesto una condanna a sei mesi per minacce aggravate; il giudice ha ridefinito il reato in minaccia semplice e ha limitato la condanna a 50 euro di multa. Si è ridimensionata ai minimi termini la vicenda che vedeva imputato un sindacalista della Cgil, finito a processo per una frase pronunciata al telefono: «Non puoi licenziare una tesserata della Cgil, se lo fai perderai gli appalti con la Camera del Lavoro. Non c'è due senza tre, ti faccio chiudere». Parole che l’imputato aveva sempre negato di aver pronunciato quel 6 settembre 2012 quando venne contattato (ma su chi fu a chiamare le versioni divergono) dal titolare di un'impresa di pulizie della provincia. Lo stesso che in seguito presentò una denuncia alla procura, ritenendo le ritorsioni del sindacalista la causa principale del fallimento della sua ditta. Tutto era cominciato quando il proprietario dell’agenzia aveva deciso di licenziare una dipendente, nonché madre della sua compagna, perché la sua assenza per malattia non era stata coperta da un certificato medico, che non risultava trasmesso all’Inps. La dipendente si era rivolta allora alla Cgil, sindacato a cui era iscritta, ed è proprio nell’ambito di questo contrasto che sarebbe avvenuta la telefonata incriminata, a cui avevano assistito anche la compagna del titolare e una terza persona. Sono stati loro a confermare al giudice il contenuto della conversazione perché la registrazione della telefonata è andata perduta. Il pubblico ministero ha ritenuto il quadro emerso dal dibattimento coerente con l’accusa contestata, e chiesto una condanna a sei mesi. La difesa ha invece insistito sull’atteggiamento aggressivo del titolare della ditta, chiedendo l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Il giudice Landolfi ha ritenuto che la minaccia sia avvenuta, ma non ha riconosciuto l’aggravante limitando la condanna a 50 euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.
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