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Dentro i misteri dei micromarket

Dentro i misteri dei micromarket

Si moltiplicano in centro storico e parlano bangladese Merce varia e turni interminabili. Rifornimenti da Bologna

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Così piccoli e così numerosi si distinguono dalle altre vetrine di ortofrutta grazie a un paio di costanti, che si vedono appositamente da lontano: l'insegna lampeggiante “aperto” e la dicitura “bevande fresche - cold drink”, con identica grafica di stampa.

Dentro le mura sono cresciuti a circa un decina in appena un anno, i negozi di asiatici (si badi che non sono pakistani, bensì bengalesi) stanno occupando a macchie di leopardo il centro storico.

Da Porta Paola a corso Porta Po nelle borse di alcune cordiali compratrici abbiamo intravisto banane, pomodori, carote, mele, latte, burro, grissini; ma basteranno a pagare gli affitti? Ne abbiamo ascoltato qualcuno fingendoci clienti.

La Nuova Ferrara ha cominciato a interessarsene nei mesi caldi, quando la piazza brulicava e da un weekend di fine agosto sono scaturiti le prime foto di un esercente che versa birra a una coppia di ragazzi, usciti poi con i bicchieri in mano. Fenomeno che aveva fatto storcere il naso ai vicini di un pub. Tuttavia una lancia va spezzata in favore di quello in Piazza Ariostea, che ripetutamente ha chiesto davanti ai nostri occhi le carte d'identità a un gruppo di ragazze, in modo da verificarne l'età prima di vendere loro alcolici in bottiglia. Curioso il fatto che abbiano scelto di insediarsi, spesso e volentieri, a fianco di altri bar o, addirittura, di altri alimentari. C'è persino, come quello in via Cortevecchia, chi ha valutato di espandersi e raddoppiare il locale.

Da quell'episodio si prosegue al primo inverno, quando un sabato sera di dicembre abbiamo bussato alle porte scorrevoli su via Carlo Mayr, serrate pochi minuti prima della mezzanotte. Il negoziante che ci ha aperto, rispettoso della norma comunale che impone la chiusura alle 24, ci ha accolti: da parte nostra, la tardiva richiesta era di una decina di rose per una ragazza, non di alimenti, che sono state prontamente recuperate dal nostro interlocutore per mezzo di una telefonata.

«Hai ancora delle rose? - ha domandato il ragazzo con gli occhiali al cellulare, dopo averci chiesto eventuali preferenze di colore - bene, vieni subito».

Intanto che lo aspettavamo ci siamo resi contro che il suo viso non ci era “nuovo”; infatti lo avevamo già incrociato nel periodo estivo, dietro la cassa di via Contrari. Perciò per ingannare il tempo lo abbiamo invitato a raccontarci qualcosa della sua storia ed è stato lui a spiegarci che non c'entrano con il Pakistan e che, in realtà, sono una comunità che arriva dai dintorni: «Ci siamo spostati da Bologna, a causa della concorrenza con una piccola catena italiana di market».

Ecco, dunque, chiarita l'alternanza dei medesimi volti da un negozio all'altro. Il ragazzo in questione, poco più che trentenne, aveva conseguito gli studi superiori per poi cercare fortuna in Italia, dove giorno per giorno ha appreso la nostra lingua: «L'America non conviene più, non la prendiamo neanche in considerazione». E il capoluogo emiliano è riemerso pure nelle parole dell'esercente su via San Romano, il quale si rifornisce di frutta e verdura proprio da Bologna, ma non quotidianamente.

Sono tutti titolari delle rispettive licenze e lavorano a coppie: i turni di lavoro sono interminabili e lo ammettono senza nasconderlo: «Sono qui dalla mattina sino alle 14 - ha dichiarato quello in Piazza Travaglio - mi riposo quattro ore e torno in negozio dalle 18 a mezzanotte».

Affermando di essere sostituito dalla moglie nelle ore pomeridiane, per quanto di donne non se ne vedano mai, se non, con i bimbi al seguito, in quello su via Bologna, in prossimità di via Argine Ducale.

Situazione più che plausibile se consideriamo che quello in via Armari ha lamentato ironico: «Sono aperto l'intera settimana, domenica compresa».

In via Boccacanale di Santo Stefano, però, qualcosa è cambiato, siccome uno degli storici ad aver alzato le saracinesche ha chiuso improvvisamente.

Ma per quale motivo?

A rispondere al nostro quesito è stato il giovane collega qualche passo più avanti, all'angolo con via Ripagrande: «I Tunisini - ci ha riferito agitando i pugni in aria - gli africani facevano sempre confusione, decidendo quindi di "lasciare perdere" e di trasferirsi in via Garibaldi».

Anche lui originario del Bangladesh, a riconferma delle radici comuni, caso ha voluto che avesse finito le uova, consigliandoci di andare ad acquistarle dal vicino, in piazzetta Sacrati che, invece, le aveva. Questi ha esposto gli stessi prezzi e le stesse marche di prodotti sugli scaffali: nessuna concorrenza tra conterranei. E magari stesso fornitore?

Di certo, si è dimostrato meno incline alla conversazione del precedente.

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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