«Ho aperto Cona e non sono pentito»
Ultimo giorno da direttore generale al Sant’Anna di Gabriele Rinaldi. I quattro anni del mandato, gli ostacoli e le opportunità. Il mio orgoglio: aver rispettato gli impegni con dignità. Il mio rammarico: non aver avuto il rinnovo dell’incarico
FERRARA. L’ultima apparizione pubblica da direttore generale del Sant’Anna, Gabriele Rinaldi la dedicherà oggi, a Palazzo Roverella, al compianto Alberto Mandini, ex direttore sanitario ed esperto di storia dell’ospedale ferrarese. Dopo la pausa del week end rientrerà in servizio il 2 marzo come medico di laboratorio nel presidio Irccs dell’ospedale Santa Maria Nuova, a Reggio Emilia, dove abita.
Direttore, cominciamo dalla fine, cioè dalle notizie circolate nell’ultima settimana sull’inchiesta Cona bis nella quale sarebbero coinvolti una decina di indagati. Lei ha dichiarato di non saperne nulla.
«È stato scritto che sono indagato per omissione d’atti d’ufficio e abuso d’ufficio. Peccato che a me, l’interessato, la procura non abbia comunicato nulla».
Ha anche scritto che, se la notizia è vera, vuole capire chi l’ha passata ai giornali.
«Sarebbe una violazione del segreto istruttorio. Perché non dovrebbe essere accertato se c’è stata una fuga di notizie?».
Quando è stato nominato direttore generale, quattro anni fa, le è stata affidata la ‘missione’ di aprire l’ospedale di Cona. Non è che nel frattempo si è pentito di aver accettato quel mandato?
«Perché dovrei esserlo? Era un mandato forte. L’opera è costata circa 300 milioni, quando sono arrivato io da spendere erano rimasti gli ultimi 15 milioni. Il più era fatto. Oggi i pazienti hanno camere a due letti col bagno interno; nel vecchio Sant’Anna c’erano camere a sei letti senza bagno. Non è la stessa cosa».
In effetti dai ricoverati sono arrivate poche lamentele. A protestare erano altri, i visitatori e il personale soprattutto.
«Cosa avrei dovuto fare? Il progetto è dell’87, la posa della prima pietra è del ’90, il cantiere è stato aperto nel 1996. Ho preso in mano un’opera da ultimare e l’ho fatto. Ricorda come era il pronto soccorso dell’ospedale di corso Giovecca? Chi vorrebbe tornare indietro oggi?».
Lei è un amministratore pubblico. L’ospedale l’avrebbe fatto proprio lì a Cona?
«Non mi sono mai dedicato a questo esercizio. Dico che strutture recenti e moderne, nella vicina Romagna, sono state costruite fuori dai centri cittadini».
Il project financing, cioè il finanziamento di una parte dei costi dell’ospedale da parte dei privati, sta dimostrando tutti i suoi limiti. È vero che il costo dei servizi non sanitari è salito da 23.6 milioni l’anno a 53?
«I 23.6 milioni l’anno per 30 anni sono il prezzo riconosciuto dall’azienda ospedaliera per i servizi non sanitari ai privati che nel Nuovo Sant’Anna hanno investito una cinquantina di milioni. Il costo di quei servizi era calcolato in 20 milioni. Il margine per le imprese era la differenza fra i due valori. I 50 milioni sono il contributo che la Regione riconosce all’azienda ospedaliera per garantire l’equilibrio di bilancio, ma dentro ci sono anche il costo del San Giorgio, che oggi è ospitato nell’ex Casa del Pellegrino e ci costa 400mila euro l’anno solo d’affitto e complessivamente 4.5 milioni. Con lo spostamento a Cona questi costi annuali dovrebbero calare sensibilmente. In quella somma sono anche compresi i costi di gestione dell’ex Sant’Anna, che per noi si stanno progressivamente riducendo. Poi c’è il costo delle varianti (quelle al centro del processo Cona 1, ndr): l’ospedale infatti è stato modificato in corso d’opera rispetto a quanto era previsto originariamente. Sono cambiati quindi i costi delle pulizie, della manutenzione etc.. Il processo penale in corso stabilirà tra poche settimane se i costi delle varianti sono compresi nel contratto originario o no e questo consentirà di valutare le cose con maggiore certezza. Oggi solo sulla parte relativa alla costruzione dell’ospedale abbiamo un contenzioso col consorzio Prog.Este di 160 milioni di euro. Ma con le imprese non c’è intesa neanche sulle modalità di calcolo dell’adeguamento Istat. Lei voleva sapere se il project financing è stato conveniente per l’ospedale. È uno strumento costoso, questo sì. Da quanto mi è stato detto, però, i soldi per finire l’ospedale non c’erano, per questo si è deciso di ricorrere all’aiuto dei privati».
Il San Giorgio si sposterà o no a Cona?
«Le condizioni ci sono: spazi e posti letto. Ora la questione passa in mano al nuovo direttore, come quella della sosta a pagamento».
Il 2 novembre del 2011 il trasloco a Cona improvvisamente saltò. Perché non fu possibile capire prima che era necessario un rinvio?
«La Commissione sanitaria ritenne che non ci fossero le condizioni in quel momento. Io evidentemente non ero dello stesso parere. E poi l’ospedale era in costruzione da quindici anni, sarebbe stato tollerabile un nuovo rinvio? Pochi mesi dopo in effetti ogni problema fu risolto. Per me il 2 novembre fu la giornata più difficile. Ne ebbi un’altra terribile il 20 maggio 2012. Ma sia l’ex ospedale che quello nuovo ressero benissimo alle scosse di terremoto. E l’apprensione si placò nel giro di poche ore».
Nel Nuovo Sant’Anna da anni filtra l’acqua, sia nei sotterranei che dentro gli spazi utilizzati da visitatori e pazienti. Non ha mai avuto il dubbio che l’opera non sia stata costruita a regola d’arte?
«C’è una Commissione tecnico-amministrativa al lavoro per capire se il progetto è stato coerente con la realizzazione dell’opera. Il collaudo statico è stato superato come pure il collaudo delle tecnologie. Ma la commissione dovrà compiere altri accertamenti. Forse la pioggia filtra a causa delle guaine, l’ospedale è stato aperto due anni fa ma alcuni di quegli isolanti sono stati posati molti anni prima. I tecnici ci dicono che gli interstizi che fanno filtrare l’acqua nei sotterranei prima o poi verranno otturati dal calcare. Le canaline comunque portano l’acqua fuori e le pompe la scaricano altrove. Come avveniva all’ex Sant’Anna».
L’ospedale sprofonda?
«No».
I visitatori continuano a perdersi nei corridoi.
«Sono stati stanziati 300mila euro per facilitare i percorsi interni e agevolare anche l’accesso dei disabili. Stiamo lavorando affiancati da esperti».
I tempi di attesa per gli interventi chirurgici si sono allungati. C’è chi preferisce rivolgersi fuori provincia.
«Negli ultimi due anni ci siamo concentrati su alcuni percorsi, in particolare quello dei tumori. C’è ancora da lavorare, ma dopo l’estate abbiamo programmato 100 ore di sala operatoria in più al mese».
Un terzo dell’area del vecchio Sant’Anna doveva essere ceduta ai privati. È ancora tutto in alto mare.
«Il vecchio progetto Lugli deve essere rivisto. C’è un problema di risorse: Regione, Sant’Anna e Comune dovranno mettersi attorno a un tavolo».
Il suo orgoglio e il suo rammarico.
«L’orgoglio: aver rispettato gli impegni con dignità. Il rammarico: non aver avuto il rinnovo dell’incarico».
Lei ha lavorato a Reggio Emilia, nelle Marche, in Toscana e a Ferrara. Cosa pensa di Ferrara e dei ferraresi?
«Ferrara viene spesso dipinta come una città nebbiosa e i ferraresi inclini alla lamentela. La città è stupenda e dei ferraresi ho un’idea che va controcorrente: dietro l’apparenza un po’ rinunciataria c’è della sostanza».
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