Il Giudizio Universale, Michelangelo valpadano
Guida alla visita al capolavoro del Bastianino
FERRARA. Ricordo che nell'immediato dopoguerra nacquero numerosi dibattiti e ricerche sulle periodizzazioni delle stagioni storico- letterarie e soprattutto di quelle artistiche. Si mettevano in forse quanto fossero durati e come fossero finite, età come quelle della Rinascenza, e del Medioevo. Per merito di qualche studioso, e in particolare di Georg Weise, l'età del Rinascimento ebbe il suo combattuto seguito in una stagione intellettuale incerta, post rinascimentale che da quel momento fu ufficialmente chiamata Manierismo.
E tuttavia, oggi, dopo tanti altri studi, ci occorre in modo spontaneo di incontrare altri casi di pittori che non escono mai dalla loro stagione rinascimentale. In alcune scuole italiane, come Ferrara ducale in gran misura, si continua a ricorrere, per la loro attività pittorica, alla citazione e al ricordo di grandi miti ma concreti e vivi, come Raffaello e anche come Tiziano. Un altro caso frequente e non riconosciuto è quello di Lorenzo Lotto, veneziano , che morì a Loreto, parlando ancora la sua lingua. Un altro caso è Brescia, dove addirittura, secondo un superbo giudizio di Roberto Longhi, dalla rinascenza mai turbata si cambia in modo inalterabile fino a Savoldo e poi, via via, da Moretto addirittura fino a Caravaggio! Infine, come è ben noto, a Urbino, dove Barocci, intorno alla metà del '500, continua a rinnovare i nomi della grande rinascenza dei Montefeltro e dei primi Della Rovere: che sono quelli di Raffaello, di Tiziano e di Leonardo, il cui trattato de Coloribus il duca Francesco aveva acquistato per la Biblioteca del Palazzo Ducale.
Il caso del Bastianino, in realtà di nome Sebastiano Filippi e figlio di Camillo, autore della Corte Estense, appartiene anche lui (e sempre di più, passando gli anni ed i decenni) a queste realtà locali che non sono provinciali - come diremmo oggi - ma anzi nobili in quanto appartengono a luoghi per lo più provvisti di una 'corte' di Signorìa, come la corte di Ferrara ; e quella di Urbino e per molti versi anche il dominio della Serenissima, di Venezia, dove i segni di un manierismo toscano-centrico e romano non appaiono se non - dicono alcuni - nelle opere avanzate di Jacopo Bassano. In realtà dovremo considerare che casi già citati come il Barocci, il Savoldo, e anche il Muziano (bresciano che lavorò sempre a Roma), e ancora come il Bastianino corrono negli stessi anni, dopo il 1580, più rapidi degli altri verso quella che dovremo chiamare una 'riforma naturalistica'. Essa è la porta alle sorti del mondo barocco, come fece Ludovico Carracci nella sua età più avanzata e cioè nel Chiostro detto dei Carracci, in san Michele in Bosco, a Bologna. Mentre, per influenza classicistica del cardinal Farnese, Annibale trasferito a Roma piegava verso un mondo di arcadia classica : peraltro meraviglioso.
Bastianino - che vedremo sopra di noi, restaurato da Ottorino Nonfarmale con il generoso finanziamento della vecchia Cassa di Risparmio, come sempre fece con dedizione per lunghi anni - proprio negli ultimi decenni del '500, matura il suo grado di naturalismo in un'altra condizione che non possiamo chiamare se non pessimistica. Tanto che la sua tempesta di corpi, di Santi e di Sante, sembra nella pittura - e quindi nella mente e nello spirito - avviata all'ultima distruzione. Come fosse un Dies Irae.
La modernità di Bastianino, secondo Arcangeli, è legata appunto a questa modernità senza manierismo. Il problema fu tuttavia che il Bastianino, dipingendo nella vecchiaia progressiva, doveva sciogliere la stesura pittorica di un naturalismo senza tempo, in una specie di atmosfera struggente e mai determinata nelle sue linee: tanto che in conclusione Arcangeli finì il suo saggio impegnativo e nuovo parlando di analogie tra Sebastiano e Medardo Rosso.
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