I soldi nell’imbuto-Mazzoni
Ex broker a processo. La difesa: nessuno ricorda le restituzioni
I risparmi sul conto bancario? Tutti a Mazzoni. I soldi depositati sui libretti postali? Tutti a Mazzoni. Un’eredità della moglie? Consegnata a Mazzoni. Il risarcimento per l’incidente stradale del figlio? Finito diritto in un investimento proposto da Mazzoni. «L’ho visto nascere, gli ho affidato tutti i nostri soldi e adesso non ho niente».
A parlare è un cugino del “familiy banker” Raffaele Mazzoni, il 53enne che a nome di Mediolanum ha rastrellato per anni il denaro dei residenti del Copparese e dintorni promettendo tassi di interesse più alti di quelli bancari, e che ora è finito a processo per truffa, falso e gestione abusiva del risparmio per un ammanco contestato di 11 milioni di euro.
Ieri altri testimoni-vittime hanno deposto davanti al giudice Landolfi, ripetendo la liturgia della fiducia cieca e della disillusione. Amplificate in questo caso, l’una e l’altra, dal fatto che l’imputato era pure un parente. I soldi nell’imbuto-Mazzoni avevano cominciato a confluire fin dal 1992: 40 milioni di lire all’inizio per arrivare - fino al crollo del castello di carte - a 170mila euro nel 2012. Mazzoni, come hanno testimoniato altre vittime, faceva tutto lui. E fin dal 1994 si preoccupava di agire indisturbato e di lasciare meno tracce possibili. A ogni nuovo investimento stracciava le carte relative a quello vecchio. E al cliente si era premurato di far firmare un documento in cui dichiarava di non voler più ricevere comunicazioni per posta da Mediolanum, perché le carte sarebbero state consegnate direttamente da Mazzoni. E che confusione, tra quelle carte così come tra i ricordi delle vittime. La dice lunga, il loro disorientamento nell’aula del tribunale, su quali binari viaggiasse il loro rapporto con il tuttofare Mazzoni.
Una corsa a ostacoli, cercare di ricostruire i passaggi di denaro: in assegni? In contanti? La memoria vacilla. «Non lo so, faceva tutto lui, mi fidavo senza riserve». È nelle pieghe di questa incertezza che l’avvocato della difesa Irene Costantino si inserisce per sferrare il suo attacco: «Lei si ricorda benissimo i soldi che ha dato a Mazzoni ma non altrettanto quelli avuti indietro. E non è il solo. Come mai?», chiede mostrando un assegno in cui il teste risulta beneficiario ma di cui non sa definire le circostanze. «Lui ci faceva firmare le carte, io non capisco niente di queste cose. Speravo che andasse bene, e invece è andata male. Ho perso 60 anni di sacrifici. Quando è venuto fuori tutto ho cercato di mettermi in contatto con Raffaele, ma non ci sono riuscito: era malato, diceva, aveva la febbre. Adesso capisco di che febbre si trattava».
Alessandra Mura
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