«La Spal ci fu imposta dal partito»
L’ex presidente Donigaglia: D’Alema venne a dirci che ci avrebbero aiutato, poi...
Parla per quasi un’ora e mezza. E Giovanni Donigaglia ripete, pressochè con le stesse argomentazioni, quanto in tutti gli anni di inchiesta e processo per il crac ha sempre ribadito. Ma oggi le parole sono più neutre. Più distanti dai giochi di potere di un tempo. Interrotte ieri durante il suo racconto ai giudici, da diverse pause per problemi di asma. E così, eccolo ricordare l’assemblea del 13 febbraio 2003, quando Massimo D’alema arrivò ad Argenta a rassicurare tutti: ‘Non vi abbandoneremo, vi aiuteremo’, disse ai presenti gongolanti di allora. Lo ricorda Donigalia, anche lui allusivo ai giudici, e sibila con un messaggio quasi cifrato: «la coop ha sempre aiutato tutti e quando ha avuto bisogno lei, nessuno si è fatto avanti».
E la Spal? «Ci è stata imposta, noi cercammo di contenere le spese con l’azionariato popolare ma...». Ma quell’operazione era un buco nel buco e oggi è diventata reato di bancarotta dissipativa (per cui è stato condannato). Per far capire ai giudici il perchè dell’operazione (capestro a vederla oggi) dice: «Il clima in cui maturò l’acquisto della società era questo: in provincia eravamo l’azienda più grande, il partito ci chiedeva di intervenire spesso (Felisatti, Ceramica, ndr), anche per la Spal si mosse il partito, il sindaco Soffritti e non solo, da tutta al provincia, amministratori e dirigenti di partito. Eravamo azienda che riceveva dal territorio e quindi dovevamo dare. Di Spal si parlava in tutte le assemblee, per le perdite si autorizzava il cda a coprirle, tutti sapevano delle decisioni che si prendevano. Non abbiamo mai fatto pressioni, nè ingannato qualcuno. I crediti futuri, ad esempio - spiega zigzagando con le parole da un fatto ad un altro - ci erano imposti dalle banche».
E che dire di Unipol e Consorte? «Mi telefonarono e mi dissero che non ci avrebbero aiutato, per conto dell’amministratore delegato di cui non voglio fare il nome (Consorte, ndr)». Si fa anche lui sprezzante: «Oggi dicono che l’azienda era decotta (gli studi Unipol nel ’97, ndr) ma si contraddicono loro stessi, i dirigenti di LegaCoop». Poi dà una spiegazione tecnica, al di là delle carte, delle fatture, di tutto ciò che è stato detto, scritto sui crediti (fatturati) anticipati che Coop chiedeva alle banche e che per l’accusa sono dei falsi. Ecco l’esempio: nell’Autostrada A3, servivano opere provvisionali, bretelle parallele per consentire di non bloccare il traffico, prima di costruire le corsie oggetto di appalto. E allora come mettere in contabilità quei lavori, che non erano Sal o Sil (avanzamento o inizio lavori) e che andavano pagati subito? Si facevano fatture, fiscalmente non false.
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