La tragedia di Federico e le occasioni perdute
Martedì all’Ariostea il libro di Alessandro Chiarelli sul caso Aldrovandi L’autore affronta gli errori e le domande rimaste ancora senza risposta
«Ad oggi, questa vicenda non ha ancora prodotto quei mutamenti che potrebbero dare un senso catartico alla morte di Federico e di quelli che sono morti dopo di lui».
È una conclusione che aggiunge impotenza al dolore, quella che Alessandro Chiarelli, poliziotto della questura ferrarese, trae nelle ultime righe del suo saggio- inchiesta “Il caso Aldrovandi. 2005-2015: i fatti, gli errori, le sentenze, gli altri morti” uscito per Faust edizioni a dieci anni dalla tragedia di via Ippodromo, e che sarà presentato martedì alle 17 alla Biblioteca Ariostea.
«Dopo un decennio di parole, libri, slogan e scontri, c’è ancora bisogno di parlare di Federico Aldrovandi?» si chiede l’autore «La risposta è sì, più che mai». Perché chiusa la lunga pagina giudiziaria, scrive Chiarelli «la frattura tra i protagonisti è rimasta identica, e le parti sono da dieci anni ferme ognuna su posizioni antitetiche e inconciliabili».
È mancata la forza a trarre da questa enorme tragedia «rinnovamento e nuova consapevolezza», ed è questo, secondo l’autore, che fa del caso Aldrovandi «un’occasione perduta».
Chiarelli ripercorre i fattori che hanno trasformato la morte di Federico in una «tempesta perfetta» per la questura ferrarese: «La trattazione della vicenda è cominciata male e continuata peggio». In via Ippodromo «gli errori procedurali che i quattro agenti hanno commesso nel tentativo di immobilizzare Aldrovandi sono palesi, macroscopici». Da parte della questura «la gestione della comunicazione fu colpevolmente riduzionista nel tentativo di far passare sottotraccia l’intera vicenda. Il desiderio che non se ne parlasse è stata la scelta peggiore possibile, e si è tradotta in atteggiamenti professionalmente e umanamente mediocri come la gestione della comunicazione con la famiglia, che poteva e doveva essere improntata a ben altri livelli di vicinanza ed empatia». E a proseguire con le reazioni «scomposte e indecenti» di vari sindacati e l’incontro con la stampa tenuto dal Sap che «creò una frattura insanabile».
Tutto questo, argomenta Chiarelli, ha contribuito a mantenere irrisolto un aspetto tutt’altro che secondario, ad accendere interrogativi a cui non è stata data risposta «nè dal giudice, nè dai media, nè dalla politica, nè dai vertici del ministero».
La domanda «che nessuno osa porsi perché la risposta incute una paura da far tremare le gambe è la seguente: ma la polizia sa fare quello che deve fare»? Domanda rafforzata dalle altre, troppe morti, avvenute durante interventi delle forze dell’ordine anche dopo la tragedia di Federico: «Cinque anni in dieci anni sono davvero molti» e sono rivelatori, nell’opinione di Chiarelli, di una carenza di fondo nella preparazione e nell’addestramento degli operatori: «Qui il ministero dell’Interno e la politica in generale brillano per assenza. La politica usa le vicende come quella di Aldrovandi per fini propagandistici ed elettorali, annusa dove tira il vento favorevole ma non muove un’unghia nelle questioni che le sono pertinenti».
Niente è stato fatto, insiste l’autore: «Il meccanismo del capro espiatorio è stato veicolato dai media in una versione rassicurante per tutti: le mele marce possono succedere, la polizia si pulisce da sè, il ministero paga i danni, i cittadini possono, devono, stare tranquilli. Non accadrà più. Invece è accaduto ancora, e poi ancora, e poi ancora».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
