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«Qui si sfrutta il nome di Federico»

«Qui si sfrutta il nome di Federico»

La madre del giovane replica al saggio di Chiarelli: qualcuno cerca visibilità e giudica i giudici, io non leggerò quel libro

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«Il libro di Chiarelli? Non l’ho letto e, aggiungo, non lo leggerò. Scorrendo una e-mail dell’Ariostea, a cui sono iscritta, ho saputo che lo presenteranno martedì in biblioteca, ma io non ci sarò. Non sono neanche stata invitata, come nessuno mi ha informato del libro». La considera «una mancanza di delicatezza», Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, morto a 18 anni all’alba del 25 settembre 2005 in via Ippodromo, a Ferrara, dopo una colluttazione con quattro agenti di polizia, tutti condannati in via definitiva dopo tre gradi di giudizio.

A sorprendere Patrizia Moretti è stata la pubblicazione del saggio “Il caso Aldrovandi 2005-2015: i fatti, gli errori, le sentenze, gli altri morti” (Faust Edizioni), firmato da Alessandro Chiarelli, sostituto commissario responsabile dell’Ufficio minori della questura e segretario del Siap. Un testo che richiama le sentenze dei processi e le trascrizioni delle udienze accanto a considerazioni e conclusioni tratte dallo stesso Chiarelli, che non discute le sentenze di condanna e riconosce la responsabilità degli agenti ma allarga il discorso su altri aspetti della vicenda, rimasti - scrive - più in ombra. Come la scarsa attenzione prestata ai due temi che l’autore rimarca nelle ultime pagine: «No all’uso delle droghe - è il primo - e no all’illusione di controllarle» (corollario del capitolo in cui viene confutata la possibilità di sperimentare un “uso controllato” degli stupefacenti e si individua la causa dello «scontro» con gli agenti «nell’assunzione di droghe da parte del ragazzo»). Sbagliato, commenta Chiarelli, trasformare «Federico, un ragazzo problematico, in un “santino”». Il secondo argomento chiama in causa l’inadeguato addestramento degli agenti: «Sì alla formazione della polizia, sì agli investimenti e alla tecnologia». Patrizia Moretti è convinta che «chi ha scritto il libro stia strumentalizzando ancora una volta il nome di mio figlio per ottenere visibilità». Ma, prosegue la madre di Federico, «sarebbe bene che l’attenzione di chi lavora in questura a Ferrara fosse rivolta a fatti gravi come il tentativo di coprire le responsabilità degli agenti o la solidarietà offerta ai poliziotti condannati». Le droghe? «Ne ho parlato con tanti giovani in tutta Italia, la loro pericolosità non si discute - ricorda Patrizia Moretti - Ho anche dialogato con i sindacati di polizia che vogliono cambiare le cose. Ora in parlamento si discute di legge sulla tortura e di identificativi, forse un muro si sta sgretolando. Qualcuno però deve continuare a guardarsi allo specchio». Chiarelli non risparmia critiche al sindacato Sap.

E su questo punto si trova d’accordo con Patrizia Moretti che torna ad additare le manifestazioni pubbliche e di solidarietà a favore degli agenti. «Se poi qualcuno arriva a giudicare il giudice può farlo, io però sono libera di non leggere quel libro», chiosa Patrizia Moretti.

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