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SOCCORSO TEMPESTIVO

«Così il 118 ha salvato mio padre»

«Così il 118 ha salvato mio padre»

Il suo cuore si è fermato mentre il figlio lo accompagnava in ambulanza. Poi la chiamata tanto attesa: il battito è ripartito

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FERRARA - Era assieme al padre proprio quando il cuore del papà, 83 anni, si è fermato. Lo ha visto perdere i sensi e questa volta - ha pensato - nulla garantiva che tutto sarebbe tornato come prima.

Una telefonata dai colleghi dell’emergenza sanitaria, pochi minuti più tardi, gli ha restituito la speranza che la crisi fosse ormai alle spalle. Così il tempo ha ripreso a scorrere per il padre, per lui - Stefano Balboni, 44 anni, ferrarese, autista del 118 in servizio a Ravenna - e per la madre. I minuti più lunghi della sua vita li ha vissuti venerdì scorso mentre si trovava a casa del genitore, a Ferrara. Poco dopo ha affidato la vita del padre ai medici e agli infermieri del 118 che ha deciso di ringraziare scrivendo una lettera. «Ci sono momenti indescrivibili nella vita di chi tutto il giorno è su un’ambulanza, fatti di emozioni e confronti tra colleghi - spiega Balboni - Venerdì scorso è toccato a me vivere una forte emozione».

Il padre «non stava molto bene, era agitato» e così è partita la telefonata al 118. «Ho descritto la situazione all’operatore telefonico, e dopo meno di una decina di minuti sono arrivati due colleghi di Ferrara Soccorso - ricorda l’autista dell’emergenza sanitaria - L'infermiere ha fatto una valutazione e subito ha deciso per il trasporto in ospedale». Vengono valutati i parametri, «tutto è nella norma, a parte questa agitazione - prosegue la ricostruzione di Balboni - Ma ancor prima di salire a bordo dell’ambulanza accade ciò che nessuno di noi si sarebbe aspettato: arresto cardiaco. In un paziente di 83 anni, che già da anni soffre di cuore, con un ritmo non defibrillabile le possibilità di salvezza sono poche. Io per primo non pensavo fosse possibile».

Invece i due operatori del 118 che Balboni indica per nome, Mirko e Paolo, «ci hanno creduto per primi. È stata un’emozione fortissima salire su un’ambulanza che non è quella "di tutti i giorni" e aiutare in una rianimazione cardio-polmonare un equipaggio che sta facendo di tutto per salvare la persona che ti ha cresciuto». Balboni va a confortare la madre e aspetta: «Sapevo che dovevo stare vicino a lei, perché a mio papà c’era già chi ci pensava».

Poi la telefonata tanto attesa: battito ripartito. «Ho fornito all’equipe del pronto soccorso di Cona le maggiori informazioni possibili sullo stato di salute di mio padre - ricorda Balboni - Il cuore continuava a battere, se lo chiamavo mi rispondeva, apriva gli occhi, il respiro era spontaneo. Sono sincero: ancora non ci credo». In quei minuti di grande tensione qualcosa ha alleviato la sofferenza: c’era un amico di vecchia data di Balboni in servizio nella centrale 118 di Bologna. Proprio lui ha coordinato i soccorsi «e mi ha telefonato per sapere le condizioni del “paziente”». Un atto di amicizia e di umanità, conclude Balboni, «che mi ha aiutato ad affrontare lo spavento e l’angoscia di quegli interminabili momenti». (gi.ca.)

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