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CINEMA

Foxcatcher di Bennett Miller e il lato oscuro della lotta

di GIAN PIETRO ZERBINI
Foxcatcher di Bennett Miller e il lato oscuro della lotta

Una storia vera per un film candidato a 5 premi Oscar

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GIAN PIETRO ZERBINI. Trasformare un fatto reale in finzione per permettere di risalire alla verità. È questa la base di partenza con cui Bennett Miller affronta le sue opere. Il regista che aveva dato ampia prova delle sue qualità romanzando storie vere con “Truman Capote” nel 2005 e “L'arte di vincere” nel 2011, si butta a capofitto in un altro progetto ambizioso e complesso, quello di raccontare il dramma dei fratelli lottatori Mark e Dave Schultz e di John du Pont, erede di una delle più potenti famiglie americane, protagonista di un fatto di cronaca che fece molto scalpore alla fine del secolo scorso. Al di là dell’aspetto sportivo, il mondo della lotta e la smania di vincere per la gloria degli Stati Uniti, il film è molto giocato sulla psicologia dei personaggi, a cominciare proprio da John du Pont, interpretato di un irriconoscibile e imprevedibile – come si conviene al ruolo - Steve Carell. Succube dell’anziana madre (una Vanessa Redgrave che sembra uscita dal cast di Downton Abbey) che lo giudica un mezzo fallito e desideroso di riscattarsi ai suoi occhi costruendo una grande squadra sportiva la Foxcatcher in vista delle Olimpiadi di Seoul del 1988, du Pont ingaggia uno dei più grandi talenti in circolazione, il campione olimpico Mark Schultz (Channing Tatum) e come tecnico anche il fratello Dave (Mark Ruffalo). Mark, forza bruta ma poco acume, è il classico esempio di sportivo emotivamente fragile, con un malcelato complesso di inferiorità dei confronti del fratello maggiore che per contro gli vuole molto bene e per questo alla fine pagherà un prezzo altissimo. Un classico noir americano dove Carell assume i toni psicopatici di un du Pont al quale il destino ha regalato tutto tranne l’equilibrio interiore. Candidato a 5 premi Oscar, il film mette in luce ancora una volta il cinema documentaristico di Miller dove le immagini sono più efficaci dei dialoghi.

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