«I Comuni non assumono in Provincia»
Affondo di Cgil, Cisl e Uil contro le amministrazioni copparesi: priorità ignorata, si rischiano licenziamenti collettivi
«È necessario, per una volta avere il coraggio di dire che per gli esponenti delle Istituzioni, nella fattispecie quegli esponenti, la Costituzione, le leggi, gli accordi sono carta straccia e che dei dipendenti pubblici, oggi quelli della Provincia domani chissà, non importa niente. Questa pratica apre la strada ai licenziamenti collettivi nel pubblico impiego, oggi tocca ai dipendenti delle Province, la prossima volta potrà riguardare i dipendenti dei Comuni che dovranno modificare il loro status in Unioni e/o fusioni, ai dipendenti di tutti gli enti pubblici che dovranno riorganizzarsi per dare seguito alle norme che modificano tutti gli assetti istituzionali». Questa è la durissima chiusura della lunga lettera con la quale Natale Vitali (Fp Cgil), Francesco Bertelli (Cisl Fps) e Sabrina Cerini (Uil Flp) mettono in dubbio le fondamenta dell’intera impalcatura dell’operazione salva-dipendenti della Provincia, a partire da un fatto specifico. Quegli esponenti delle istituzioni riportati nella chiosa, infatti, sono identificabili negli amministratori comunali del «cosiddetto mandamento (Copparo, Berra, Ro, Tresigallo, Formignana, Jolanda)» i quali «in barba a quanto scritto nelle legge di Stabilità e nella circolare Madia/Lanzetta» hanno deciso di «coprire tramite la mobilità dall’esterno alcuni posti vacanti; si badi - scrivono i tre sindacalisti - non si tratta di nuovi posti di lavoro ma trasferimento da una pubblica amministrazione a un’altra. Tutto ciò viene fatto senza tener conto delle previsioni normative che prevedono la precedenza per il personale della Province: rammentiamo che il personale eccedentario delle Province non ricollocato entro il 2018 incorre in una misura caducatoria (licenziamento) del proprio rapporto di lavoro, mentre ciò non si verifica affatto per il personale acquisibile per mobilità. Della serie, “chissenefrega” del personale delle Province». Mossa ingiustificabile sulla base del parere delle Corte dei conti di Lombardia e Sicilia, incalzano i tre, anche perché la Puglia va nella direzione opposta.
Non vengono specificati i numeri di queste mancate assunzioni, ma è chiaro che i sindacati vedono come fumo negli occhi con le scelte «di una classe politica che produce leggi sulla legalità (corruzione, falso in bilancio, appalti, lavoro ecc.) che non sono degne, talvolta, di un qualsivoglia Paese civile. Abbiamo nei fatti assistito allo smantellamento delle Istituzioni da parte di soggetti che, senza conoscere neppure le attività e/o funzioni svolte dalle Province, compresi molti dei politici di tutti gli schieramenti, hanno agito il loro non per sanare gli aspetti negativi e le criticità, peraltro più volte evidenziate dai lavoratori pubblici e dalle organizzazioni sindacali, ma per distruggere completamente il sistema pubblico». E si riavvolge il filo dell’intera vicenda Province, a partire dalla legge 56 del 7 aprile 2014 «dove più che di chiusure delle Province si parla di riorganizzazione degli enti definendoli di Area vasta», e che metteva «al centro dell’azione la garanzia dei livelli occupazionali». Sono arrivate anche le assicurazioni di «fior di politici locali, regionali, nazionali che avevano garantito alle lavoratrici ed ai lavoratori coinvolti che non c’era alcun problema». Poi però è arrivata la legge di Stabilità che ha tagliato 6 miliardi sui 7,4 complessivi di trasferimento in tre anni, «come fanno a pagare gli stipendi?» è la domanda ribadita dai sindacati. La circolare Madia/Lanzetta ha a sua volta ripristinato alcune garanzie ma «si sa che le circolari ministeriali non vengono mai considerate, tranne quelle dell’allora ministro Brunetta». Infine, le assunzioni nel Copparese, nonostante i tentativi di messa in sicurezza delle tutele Madia da parte del presidente della Provincia, Tiziano Tagliani. (s.c.)
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