Il Califfo e Virgilio l'Africano
L'editoriale del direttore Stefano Scansani
Coincidenze. Mentre mercoledì a Tunisi i terroristi assaltavano il Bardo - il museo più antico dell’Africa - nel nostro piccolo, a Ferrara, nella Sala Estense si discorreva di divulgazione dei beni culturali nei media come missione civile. Un combattimento a distanza. Con la sua barba bianca e dentro una sciarpa rossa Franco Cardini, che di medioevo se ne intende, ha messo in guardia. Sì, bisogna dare ragione al califfo, alla sua visione stereotipa dell’Occidente: noi siamo la civiltà da abbattere. Perché libera.
Lo storico fiorentino, memore del suo servizio militare nella nostra città, del pasticcio di maccheroni a colazione e della sua conoscenza del mondo arabo, è stato franco quanto il suo nome. Ha detto che califfo o non califfo, il mondo occidentale ha comunque il pelo sullo stomaco e la robustezza per rispondere nei tempi e nei modi adeguati alle provocazioni del terrore, jihadista o alqaedista che sia. Ecco perché Cardini, commentando la distruzione dei monumenti e dei reperti a Samarra e Mosul ha detto che sarebbe insulso “muovere guerra per Samarra”.
Loro provocano, sgozzano, demoliscono, cercano la nostra reazione emozionale per farsi attaccare. Ma perdono di vista (ha sostenuto Cardini) il nostro primo cruccio che è invece il petrolio, non la cultura. Certo, le strategie e le diplomazie hanno cura degli interessi economici, mentre la cultura è un bersaglio di civiltà.
Coincidenze. Ricordo - per le mie origini - che il pezzo forte del museo del Bardo è un mosaico del III secolo dopo Cristo. Il mosaico pavimentale fu scoperto in una villa di Sousse, l’antica Hadrumetum romana. Raffigura Virgilio tra le muse. Il poeta nativo di Mantova ha tra le mani il rotolo dell’Eneide, indossa la toga, siede fra Clio e Melpomene, ha tratti segaligni, magri, tosti, di contadino della bassa padana, direi etruschi. Ma l'attributo più sconcertante di questo mosaico è il colore della pelle di Virgilio: olivastro, quasi nero, dunque pigmento di pietra della costa meridionale del Mediterraneo.
L’opera è un documento parlante e attestante di quanto la fama del poeta latino fosse a lui contemporanea e così condivisa nel bacino del Mare Nostrum da raffigurarlo nero. Integrarlo. Virgilio l’Africano. Era il titolo che avevo suggerito per la mostra che Mantova ha allestito nel 2011 intorno a quel mosaico. Non tanto per fare il verso a Scipione e a Cartagine (con Enea e Didone), ma perché lo spirito virgiliano era tale e quale su ogni riva del Nostro Mare. C'è un altro mosaico che raffigura ancora Virgilio, scoperto e conservato in Germania, a Treviri, con il poeta dal pallore tedesco. Bianco.
La letteratura quindi pur cambiando pelle raccordava le sponde e godeva di un rispetto sacrale. Quattro anni fa per il viaggio in Italia del mosaico africano mi ero immaginato quel Virgilio, diventato nero, consimile a tutta quella gente che, scampando all’annegamento, cerca di raggiungere l’Italia. Viaggi al contrario.
Coincidenze. Venerdì sera proprio il curatore di quella mostra, Vincenzo Farinella, era a Ferrara per il libro su Alfonso I d’Este. Il mondo è piccolo. L'assalto al Bardo avrebbe sostituito l'incursione nel Parlamento di Tunisi. Al di là dell’insignificante distanza fisica fra le due istituzioni, emerge quanto la regia dello Stato Islamico non distingua oppure sovrapponga i due simboli: il senso della libertà e il peso della cultura. Che sono materialmente fragilissimi, ma insinuati da secoli e secoli in ogni individuo. Individui. Che da noi, attraverso la rivoluzione francese, si chiamano cittadini.
Per espandersi chissà dove il califfo e i suoi - così idioti - oltre demolire musei e cattedrali, centri storici e paesaggi dovrebbero trucidare i visitatori, atterrare le biblioteche, resettare la memoria di ognuno. Facile sbriciolare una statua, impossibile annientare la coscienza soggettiva (che ha memoria del significato di quella statua). Immagino che l’impassibile Virgilio del Bardo abbia udito gli spari e visto scorrere il sangue con la sua pietas che stilla nell'Eneide, nelle Georgiche, nelle Bucoliche.
La pietas virgiliana è il sentimento della giustizia, ancor meglio dell’humanitas che è precedente la religione, e che il Dio cristiano farà evolvere in misericordia. Oltre a Franco Cardini, in Sala Estense mercoledì ha parlato anche Sergio Valzania, vicedirettore di Radio Rai. Ha raccontato una storiella. Nel parco un uomo sorprese Dio serenamente seduto su una panchina. Dialogo veloce. «Sei Dio?». «Sì, sono Dio». «Che cosa pensi di ebrei, cristiani e musulmani?». «Non me ne intendo».
s.scansani@lanuovaferrara.it
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