Tre giorni per decidere sul crac Coopcostruttori
Giudici in camera di consiglio sulla richiesta pene di 124 anni, la sentenza giovedì Ieri tra lacrime e commozione le ultime parole di Donigaglia: «Mi hanno tradito»
Finisce tra la commozione e le lacrime di Giovanni Donigaglia, che ripete «mi hanno tradito, Consorte per primo», che non termina nemmeno le sue dichiarazioni spontanee ai giudici e conclude ringraziandoli. Dalle 14 di ieri, dodici anni dopo il crac Coopcostruttori del 2003, altri giudici, quelli della Corte d’appello, decideranno per tre giorni e tre notti la sorte di chi è chiamato a rispondere di quel buco da 1 miliardo di euro, Donigaglia primo tra tutti. Hanno già annunciato, infatti, il momento in cui leggeganno il verdetto i tre giudici (Ghedini, Mori e Affronte): «Usciremo nella tarda mattinata di giovedì». Quasi 72 ore per rileggere, studiare, soppesare le arringhe difensive e valutare le richieste di condanna per i 21 imputati a 124 anni di carcere. I giudici dovranno riguardare alla moviola il processo d’appello durato oltre un mese e una decina di udienze in cui accusa, parti civile e difese si sono confrontati ancora sulle cause del crac e le responsabilità di chi - secondo l’accusa - lo ha nascosto per 10 anni.
Come si ricorda in primo grado, le condanne furono pressochè dimezzate (con una valanga di assoluzioni) poichè i capi di imputazione vennero valutati singolarmente e non globalmente, come aveva invece chiesto di fare l’accusa.
Accusa (procura di Ferrara e ora procura generale di Bologna) che hanno criticato «la parcellizzazione dei reati» sostenendo che «i comportamenti degli imputati hanno avuto il filo comune di operare illecitamente, continuando a gestire un'attività in perdita, scegliendo di non prendere provvedimenti ma continuare il dissesto, con artifici».
Questo hanno fatto i maggiori dirigenti coop (Donigaglia, Ricci, Dal Pozzo e Verlicchi, pena di 12 anni per ciascuno la richiesta) e lo avrebbero fatto con la complicità delle società di revisione (richiesta di 8 anni), i sindaci della Coop che non vigilarono (pene richieste da 5 a 3 anni) e con la connivenza dei membri del cda e imputati esterni (3 anni per tutti).
Le difese di Donigaglia e Ricci, in estrema sintesi, hanno sempre rigettato le tesi d’ accusa, smontando i conteggi dei periti contabili e ribadendo la correttezza dell’iscrizione delle riserve tecniche (negli ultimi bilanci erano 800 milioni di euro, di soldi ritenuti virtuali). La miglior difesa di Donigaglia, Riccie e dei responsabili del crac è quella di non essersi arricchiti con il fallimento, di aver, addirittura, subito perdite economiche, loro e le famiglie. Tesi criticata e attaccata da accusa e parti civili che hanno ribadito al processo d’appello che la mancanza di un profitto non cancella atti fraudolenti commessi, anzi deve esser letta come aggravante visto l’impoverimento di tanti patrimoni, degli ex soci e della nostra intera provincia.
Daniele Predieri
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