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"Caso Aldrovandi, processo da rivedere"

Da sinistra, Zincani, Tonelli e Paoloni
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Da sinistra, Zincani, Tonelli e Paoloni

Il Sap con l'avvocato Zincani: "Gli agenti non sbagliarono, sono le tecniche di ammanettamento a essere pericolose e criminogene. Ora finalmente lo ha ammesso anche il Ministero e la Corte dei Conti lo ha confermato". La madre di Federico su Twitter: la verità è che ci furono violenza e menzogna, non ci sono revisioni di comodo

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FERRARA. I quattro poliziotti condannati in via definitiva per la morte di Federico Aldrovandi agirono "in maniera corretta". A essere sbagliate e "criminogene" sono le tecniche di ammanettamento previste dal manuale utilizzato dagli istruttori per l'addestramento del personale, e che non entrarono mai negli atti dei processi.

A sostenerlo, oggi nel corso di una conferenza stampa a Bologna, sono stati  il segretario generale del sindacato di polizia Sap Gianni Tonelli, il presidente nazionale Sap Stefano Paoloni e l'avvocato Marco Zincani, che ha difeso tre dei quattro agenti (Pollastri, Pontani e Forlani): nell'annunciare l'impugnazione della sentenza con cui la Corte dei Conti li ha condannati a risarcire lo Stato con oltre 500mila euro, hanno anticipato la volontà di chiedere una revisione del processo penale concluso nei tre gradi di giudizio con la condanna dei quattro agenti a 3 anni e 6 mesi per eccesso colposo.

Il punto di partenza, ha spiegato Zincani, è proprio la sentenza della Corte dei Conti, che ha ripartito il risarcimento di 1 milione e 800mila euro attribuendo il 30% agli agenti e il 70% al Ministero dell'Interno, imputando a quest'ultimo l'inadeguata preparazione del personale. Ma l'elemento nuovo, ha aggiunto Zincani, quello che a suo parere potrebbe arrivare addirittura a rivedere il processo, è la nota con cui  lo stesso Ministero dell'Interno risponde ai quesiti posti dal legale in merito alle tecniche di ammanettamento, ammettendone l'intrinseca pericolosità.

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Nel corso dell’incontro con i giornalisti è stato mostrato un video che traduce in immagini le procedure del manuale, e che secondo i sindacalisti e l’avvocato contemplano azioni più cruente (come le ginocchia appoggiate sulla spalla e sul fianco) di quelle compiute su Federico, il 25 settembre del 2005 quando il diciottenne morì dopo una colluttazione con quattro agenti. “Se le cose non cambiano, entro dodici mesi potrebbe succedere un altro caso Aldrovandi, così come è accaduto con Rasman e Mogherini. E’ lo stesso Ministero ad ammettere che con quelle tecniche di ammanettamento il rischio di asfissia posturale, o di arresto cardiaco improvviso per compressione del fascio di His come è successo ad Aldrovandi, sono alte in persone in stato di agitazione”.

Da qui la richiesta di nuove e più sicure tecniche di ammanettamento, e la proposta di tendersi disponibili in un’apposita Commissione finalizzata e elaborarle. Ma il dito ora è puntato contro il Ministero, “che preferisce pagare 1 milione e 300mila euro piuttosto che rivedere la formazione di 350mila operatori al costo di 600 milioni di euro. Ne fa una questione di soldi, e questo è molto squallido”, afferma Tonelli.

Ricordando che “ci sono voluti dieci anni per recuperare il manuale consegnato ai soli istruttori, risalente al 1994, e che non è mai stato acquisito al dibattimento. A decidere il giudicato è stata l’opinione di un istruttore, l’ispettore Capodicasa, che non insegnava nemmeno le tecniche di ammanettamento. La mia amministrazione dunque prima ha insegnato ai colleghi tecniche pericolose, e poi li ha lasciati alle ortiche. Per questo ci battiamo anche per l’adozione di telecamere durante gli interventi di polizia: perché quando ci sono delle responsabilità è giusto risponderne, senza sconti. Ma è anche giusto permettere agli operatori di lavorare serenamente, e impedire ai cittadini di correre rischi inutili”.

Una prima replica di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, è giunta via Twitter, tramite una risposta a Radio Città del Capo:

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