Un tuffo nella Barcellona al tempo della rosa di fuoco
Una rassegna che abbraccia il periodo di fine Ottocento e inizio Novecento quando nella capitale catalana scoppiò la Renaixença, un vero Rinascimento
FERRARA - La Spagna è una nazione che somiglia all'Italia per molti aspetti, uno dei quali è la forte differenza storico-culturale fra le diverse regioni che la compongono: la Catalogna e Barcellona rappresentano una cellula di singolarità, persino linguistica, rispetto al resto della penisola iberica, che ha originato una plurisecolare richiesta di ottenere l'indipendenza da Madrid, aspirazione sempre repressa dal potere centrale ma mai abbandonata, così come accade per i Paesi Baschi, ed anzi oggi più forte e speranzosa di conquistare con metodi democratici maggiori diritti ed il riconoscimento della particolare natura della Catalogna. Ma la pazienza dei catalani non è stata sempre grande come quella di oggi.
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La nuova mostra di Palazzo dei Diamanti, La rosa di fuoco. La Barcellona di Picasso e Gaudí (a cura di Tomàs Llorens e Boye Llorens) presenta grandi nomi dell'arte attivi a Barcellona tra Otto e Novecento insieme ad opere di personalità di alto livello che, benché meritevoli, non sono notissime da noi. L'esposizione prende spunto nel titolo da avvenimenti del '900 simili a una piccola rivoluzione, originati dallo scontento degli operai catalani spesso legati a gruppi di anarchici, in un periodo di crisi generale che vedeva anche lo sfaldamento della Spagna come potenza coloniale e portò ai fatti della “Settimana Tragica” esplosa tra 26 luglio e 1 agosto 1909 e durante la quale ci furono sommosse provocate da frange estremiste anticlericali che incendiarono diverse chiese. Questa ondata di violenza, presto severamente repressa, fruttò a Barcellona il nome di “la rosa de fuego” (in catalano, "la rosa de foc") da parte di anarchici stranieri. Tempi difficili e turbolenti, prodromi al colpo di stato del 1923, e poi alla Guerra Civile e al governo franchista. Non che i decenni del secondo Ottocento, segnati da cambi di regime e crisi istituzionali, fossero stati tranquilli. Barcellona sembrava però avviata per conto suo ad una vera e propria Renaixença, un Rinascimento scaturito anche dall'influsso della Esposizione Universale che la città aveva ospitato nel 1888 esaltando il trionfo delle arti nel clima del Modernismo, la versione locale dell'Art Nouveau, cui sarebbe seguito il Novecentismo, ovvero una sorta di Art Déco in salsa catalana.
Il dibattito sul modo migliore per fondere la tradizione locale con le novità provenienti dall'estero, specie dalla vicina Francia che aveva in Parigi una sorta di ombelico del mondo, era vivace. Il filosofo José Ortega y Gasset sosteneva la tesi della repulsione genetica degli spagnoli per i cambiamenti, e, data la perfezione che attribuiva alla cultura iberica, a suo parere senza rivali, era convinto che «la historia moderna de España se reduce (...) á la historia de su resistencia á la cultura moderna». Ma Ortega era madrileno, conservatore: a Barcellona non la pensavano così.
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L'irresistibile Parigi attraeva senza scampo gli artisti catalani che la frequentavano con assiduità pur mantenendo le proprie radici, e senza perdere d'occhio altri contesti oltre ]e al francese, come lo Jugendstil, il Liberty, le meraviglie di Klimt e il simbolismo del belga Khnopff. Intanto Barcellona s'ingrandiva, e gli architetti, Gaudí in testa, costruendo davano lavoro a decoratori ed artisti con capacità artigianali, come Juli González i Pellicer, che al tempo modellava i metalli quasi fossero gioielli simili a quelli del famoso orafo Lluís Masriera i Rosés che rinnovò l'attività di famiglia fondata nel 1839 (e tuttora esistente) sotto l'influenza del grande Lalique. Forte veicolo per la conoscenza delle nuove tendenze fu la cartellonistica, che sulla scia del successo di questo mezzo presso i grandi pittori francesi, a Barcellona ben sfruttò tale potente mezzo di diffusione artistica apprezzato anche dai ceti popolari. Interessava meno la pittura di paesaggio, e stupisce l'indifferenza dei pittori verso il magnifico Mediterraneo sul quale Barcellona si affaccia e da cui ha tratto sostentamento. Barcellona ha voltato le spalle al mare, si diceva. Atteggiamento antico, eliminato solo con le Olimpiadi del 1992 grazie alla riqualificazione della zona portuale e costiera.
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Ma la civiltà barcellonese in passato era molto cittadina, e poco spazio trovarono le descrizioni in pittura dei pur armoniosi panorami locali. La vita quotidiana dei catalani benestanti si sposta sulle tele in scene di delicata e sensibile descrittività, come nelle opere di Ramon Casas i Carbó (che però non disdegnava temi più impegnati) e Santiago Rusiñol i Prats, con graziose donne stanche dopo un ballo ed elegantemente riverse su un divano, sorprese mentre si truccano o leggono romanzi rosa. Vaporose nei loro abiti bianchi un po' fantasmatici sono le femmine di Hermen Anglada Camarasa dagli occhi folli e spalancati. Rusiñol è anche l'autore di un dittico del 1894 incentrato su una giovane trasgressiva mentre sta per assumere la morfina (non in mostra), e poi la coglie, distesa sul letto, sprofondata nei paradisi artificiali dove non sembra trovare sollievo ma una sorta di piacere perverso. Era invece un inferno la vita dei poveretti che Isidre Nonell i Monturiol preferiva disegnare e dipingere, quasi larve umane che sono alla base dell'ispirazione picassiana per questo tipo di tema.
Quando Nonell non trovava mendicanti, alcoolizzati ed emarginati da raffigurare, o strambi frequentatori del locale più alla moda di Barcellona, "Els Quatre Gats" ("I Quattro Gatti", l'equivalente dello "Chat Noir" di Parigi), si inoltrava nei Pirenei dove era presente la sindrome ipotiroidea che provoca il cretinismo, recandone una spietata cronaca visiva.
Questo pauperismo entrerà talora anche nel privato dei maestri catalani: quando, il 17 giugno 1926, Gaudí venne investito da un tram, i suoi abiti modesti e stazzonati fecero pensare ad un barbone e lo si portò senza troppa fretta in un ospedale vicino, dove morì tre giorni dopo.
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