Ansalda e gli 80 anni Il “falco della notte” è ancora in volo
Le tappe e le persone importanti della sua vita di impegno «Quella volta che, già grande, presi la quinta elementare»
FERRARA. A Ferrara dici Ansalda e dici Udi. Non c’è nemmeno bisogno del cognome, Siroli. L’Ansalda è solo lei, è oggi festeggia un compleanno speciale. Anche lei, come Nanni Moretti in “Aprile”, gridava «cose giuste». E ora è, infatti, una splendida ottantenne che oggi festeggerà l’importante traguardo con una tavolata in famiglia. Sposata con Giorgio Bottoni, due figli - Roberto e Claudio - e un ininterrotto impegno condotto con la sincerità di chi pensa per davvero che fare politica significhi mettersi al servizio degli altri. Per molti anni presidente dell’Udi ferrarese, è stata consigliere comunale prima ad Argenta e poi a Ferrara, per il Pci e poi Pds. Con la “Nuova” ripercorre le tappe e le persone che hanno plasmato la sua vita.
Cominciamo dall’infanzia, a Filo di Argenta
«Non sono stati anni molto belli. C’era la guerra, e la guerra non si dimentica mai anche arrivando a un’età come la mia».
Qual è stato l’insegnamento più importante che ha avuto dai suoi genitori?
«I miei genitori mi hanno aiutato lasciandomi molta libertà e avendo fiducia di me. Fin da ragazzina ho cominciato a uscire: avevo 14 anni e già restavo fuori alla sera per organizzare riunioni e manifestazioni. Finché una signora un giorno ferma mia madre per strada le dice: “Ma tu l’Ansalda la mandi sempre in giro? Sembra il falco della notte”. La mamma ci rimase malissimo e mi chiese di restare un po’ più in casa. Io non ne volli sapere. “Ma cosa faccio di male? - risposi - Sono queste le cose che mi piacciono”. E così continuai».
Che compiti aveva all’epoca a Filo?
«Ero la responsabile delle ragazze della sezione della Fgci di Filo di Argenta. Organizzavo le riunioni con la federazione dei giovani comunisti, le marce per la pace, gli incontri politici. Dopo aver tanto discusso, finivamo sempre per cantare tutti insieme. Sono canzoni che adesso nessuno ricorda più, ma io me le canto ancora, quando sono da sola in macchina: se qualcuno mi vede da fuori pensa che sto parlando da sola».
C’è una canzone in particolare che le è rimasta in mente?
«Ce n’è una bellissima che si chiama “L’inno della gioventù”. Inizia così: “Sulle voci di guerra canta il canto dell’umanità”. Si potrebbe cantare anche adesso, putroppo è ancora molto attuale. E infatti quando sono in auto me la canto».
Poi c’è stato l’incontro con sui marito.
«Avevo 17 anni e lui 19. Io ero appunto la responsabile delle ragazze alla Fgci per il Comune Argenta e lui invece era il segretario comunale. Non avevamo il coraggio di parlarci perché eravamo troppo “compagni”. Per dichiararci abbiano dovuto scriverci. Conservo ancora tutte le lettere. Un giorno mio figlio Roberto, il più grande, salta su e mi dice: “Ma mamma, come eravate sdolcinati!” Lì per lì non capivo. Aveva trovato la scatola con le lettere e le aveva lette. Tra me e mio marito Giorgio era cominciata così, scrivendoci. Ci siamo incontrati, ci siamo trovati. Lui per me è stato il primo e l’ultimo, e io per lui».
Cosa ha significato avere accanto una persona con cui condividere non solo la vita familiare e privata, ma anche l’impegno pubblico?
«Ha significato molto, ed è stato anche molto utile e positivo, dal momento che io sono una persona istintiva e anche un po’ critica, e lui invece, più posato e serio, sapeva tenermi a bada quando serviva».
Tornando alle persone importanti della sua vita, quali sono stati i punti di riferimento per la sua attività politica?
«Senz’altro Renata Talassi e Carmen Capatti. Quando sono entrata in consiglio comunale ad Argenta è stata proprio la Capatti, che era a Ferrara, a fare il mio nome, perché ci voleva una donna in consiglio. Siamo stati alzati fino a tardi, e non era facile perché a Filo c’era anche il responsabile dei contadini e altri compagni con ruoli importanti, ma la Capatti continuava a insistere per il mio nome. Finché uno di San Nicolò ha detto “Va bene, lo dò io il mio posto all’Ansalda”»
Nel 1969 vi siete trasferiti a Ferrara.
«Siamo arrivati il 30 settembre e il 4 ottobre ero già a lavorare all’Udi e non me ne sono più andata. Le donne mi hanno dato tantissimo. E per loro ho anche preso la quinta elementare. Ero arrivata solo alla quarta, ma per prendere in gestione un ristorante per l’autofinanziamento dell’Udi ci voleva la licenza elementare. Così dovuto andare a far l’esame a Migliarino, in mezzo a una classe di ragazzini che si davano di gomito e ridevano. Ho fatto il tema libero: 8 pagine di lettera a mia cugina in cui le parlavo di quanto era triste trovarmi lì a far l’esame. E poi un problema con certe mucche e i loro litri di latte. Me la cavai benissimo. E quando andai a suonare alla sede dell’Udi, allora in via Bologna, dissi “C’è qui la dottoressa Siroli!”».
Le sua generazione non si è mai tirata indietro: ora c’è più rassegnazione?
«Non credo, i giovani bisogna lasciarli fare e dare loro fiducia. Adesso qui all’Udi c’è un gruppo di ragazze che ha lavorato sodo per una mostra sulle donne ferraresi dalla sindaca Luisa Balboni in poi. Lunedì devo accompagnarle in Comune per l’allestimento, la mostra inaugura mercoledì 22 alle 11.30 nel salone d’Onore. E vale la pena visitarla».
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