Scappare dalla guerra, nascere a Ferrara
Accolto per la prima volta un gruppo di donne, due di loro aspettano un bambino. Il grande lavoro dei volontari
L'emergenza profughi è arrivata anche a Ferrara e Provincia: gli ultimi arrivi, come riportato ieri dalla “Nuova Ferrara” riguardano nove donne, alcune delle quali incinte. Si tratta di un’accoglienza per certi aspetti “inedita”, visto che fino a questo momento erano arrivati solo uomini adulti, mai donne e bambini, Come ha annunciato l'assessore ai Servizi Sociali Chiara Sapigni in questi giorni, attualmente ospitiamo 357 persone fra uomini, donne e minori ma non è escluso che ne possano arrivare altri, come i continui sbarchi fanno presagire.
In città oltre all'Associazione Viale K che gestisce la Mensa alla Rivana e diverse Case di accoglienza presenti anche in piccole frazioni, presso la Caritas di Via Brasatola c'è un Centro solo per donne denominato Casa Betania, dove in passato era attivo l'asilo Grillenzoni, nel cuore di tanti benefattori come testimoniano diverse lapidi con i loro nomi, recentemente ristrutturato per questo nuovo utilizzo. Lunedì sono arrivate cinque donne di cui due incinte, e ieri altre quattro. che si sono aggiunte alle 13 già presenti ed a due minori, tutti appartenenti a nazionalità nigeriana, pakistana e camerunense.
Sono persone con un percorso di vita molto difficile, che hanno avuto esperienze drammatiche alle spalle e ora hanno la possibilità di vivere in un ambiente nuovo, accogliente, con la possibilità di usufruire di indumenti, pasti caldi presso la mensa adiacente, assistenza medica. La responsabile accoglienza donne, Elena Brina che parla un ottimo inglese per cui riesce a dialogare con le ospiti, e Paolo Falaguasta, responsabile della Caritas, ieri erano impegnati a espletare le prime formalità. La situazione però, è quella di una vera emergenza, anche se il problema non è né nuovo né recente e non si sta esaurendo ma proseguirà ancora per molto tempo; ogni volta si deve ricominciare a instaurare un rapporto di fiducia con queste persone fuggite da scenari di guerra, di morte e di terrore, spesso stremate da viaggi allucinanti, situazioni familiari disastrose, senza il conforto di un parente vicino e con il desiderio, per chi può farlo, di ricongiungersi con il nucleo familiare di cui spesso non sanno più nulla.
A Casa Betania potranno rimanere per circa un anno durante il quale forse qualcosa risolveranno riguardo al loro futuro, che ora stanno affrontando senza più nulla, se non quella speranza che persone come Elena, Paolo e uno stuolo di volontari e di giovani del Servizio civile (che proprio ieri Michele stava preparando per poter svolgere il loro compito) riusciranno certamente a dare.
Margherita Goberti
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