Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare
Il capo e il campione dei "preti buonissimi" è Papa Bergoglio
FERRARA
Accogliamoli tutti. C’è posto per tutti. Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, tragico e abissale, purtroppo. E c’è l’Italia che rispetto all’immensità dell’Africa Nera e al sud del mondo è una linguetta contratta. C’è un’Europa che non c’è. Prima che don Domenico Bedin inviasse questa lettera alla Nuova, avevo in mente di esplorare il fenomeno dei “preti buonissimi”. Perché li ritengo encomiabili nella predicazione dell’accoglienza. Ma c’è divario e separazione di ruolo tra il fare Chiesa ed essere Stato. Il capo e campione dei “preti buonissimi” è Papa Bergoglio che evangelicamente spalanca le braccia ai migranti. Sarebbe interessante conoscere che cosa rappresenta il Pontefice nell’immaginario collettivo dell’Africa subsahariana e del vicino Oriente: è un uomo attrattivo?
Il Papa che dice di voler ospitare tutti è percepito come espressione dell’Italia? Viene equivocato come il rappresentante pio dell’Europa cristiana? È lui che incarna l’Occidente accogliente?
Ogni interpretazione è valida, se consideriamo che per i disperati il mare Mediterraneo è un fiume, che l’Italia è il ponte della speranza, che vale la pena rischiare la vita perché a perseguitarli è la guerra.
Nell’altro senso geopolitico, il capo della Chiesa cattolica ha uno storico e potente radicamento in Italia, qui coabita, qui influisce. Meno in Francia, a suo modo in Spagna, assai meno in Gran Bretagna, impercettibilmente in Germania, quasi zero in Grecia. Se ci badate la vocazione al “c’è posto per tutti” coincide con i Paesi a maggiore o minore sintonia cattolica. È inevitabile che l’Italia in forma di linguetta contratta, così vicina alle coste maghrebine, così permeata dalla Chiesa, è lo Stato più solidarista del Vecchio Continente e quello maggiormente lasciato a se stesso dall'Unione Europea.
È dunque automatico immaginare che il forte appello di don Bedin ad accogliere 1.000 migranti (altroché solo 400) nel Ferrarese sia il risultato dell'impasto italiano: il “prete buonissimo” sta vivendo il momento migliore della sua carriera di manager del sociale. Lui lo scrive: “Ritengo che sia forse la più grande opportunità che ci poteva succedere!”. Già immagino le reazioni che irrorarono i social network, del tipo: che se li porti a casa sua, prete comunista, così ce li troveremo in strada a far che? Facile per il Papa e i preti fare le prediche belle (è il loro mestiere), ma poi ce li troviamo sulle nostre groppe…
La proposta di don Bedin riserva però un supplemento che squinterna il quieto vivere ferrarese, dichiara la via d’estinzione del nostro modello di convivenza economico e sociale, infila il dito nella piaga nell’ostruzionismo all’accoglienza di Comuni e parrocchie (i preti non sono tutti uguali). È un intervento che interroga loro e noi.
L'ho già detto a don Bedin che, però, bisogna far quadrare il suo appello ad andare oltre le regole per dare speranza ai migranti e agli italiani con la realtà. Parto da un concetto antirazzista, e di ordine fisico: non sono neri, ma troppi. Chiudo con un concetto caro a Sant’Agostino d’Ippona, attuale Algeria. Sulla spiaggia sorprese un bimbo intento con una conchiglia a trasportare il mare in una buca. Intuì che quel paradosso gli serviva per capire Dio. Non gli uomini.
s.scansani@lanuovaferrara.it