Ciak, si gira l’epica terribile di chi morì per la libertà
Una lunga tradizione cinematografica lega la nostra città al periodo storico I luoghi della lotta partigiana secondo maestri come Visconti, Vancini e Montaldo
L'intreccio tra il cinema e la Ferrara dell'antifascismo e della Resistenza è un qualcosa di unico. È molto il materiale che ci consente di percorrere i luoghi, la guerra, le sofferenze, la Resistenza, attraverso la pellicola cinematografica. A farci da guida in questo viaggio e Anna Maria Quarzi, direttrice dell'Istituto di storia contemporanea di Ferrara, grandissima appassionata di cinema e che oltre a citare i titoli arricchisce di episodi questo nostro racconto.
«Se dovessi accompagnare dei giovani sui luoghi del cinema e della guerra, inizierei senz'altro dal muretto del Castello per tanti motivi. Innanzitutto è un concentrato di quello che fu la violenza della Rsi ed è emblematico del disegno di vendetta della Rsi. C'è la persecuzione contro gli ebrei (gli Hanau furono uccisi solo per esserlo), l'uccisione di Arlotti ex senatore che si era rifiutato di aderire alla Rsi, poi Colagrande procuratore del Re che aveva liberato subito dopo il 25 luglio i prigionieri politici. Guido Fink, a proposito di quella notte del '43 aveva parlato del carattere di questa Ferrara dalle persiane chiuse e di quegli occhi impauriti che guardavano, che è anche un carattere dei ferraresi».
Il film di Florestano Vancini “La lunga notte del '43” (1960, Premio Opera Prima alla Mostra di Venezia nel 1961) è tratto dal racconto di Giorgio Bassani “Una lunga notte del '43”, scrittore che ha ben fotografato quel periodo in varie opere.
«Vancini - prosegue Quarzi - volle fare il film a tutti i costi e lo fece tra difficoltà enormi. Tutti volevano che al posto dei fascisti a commettere la strage fossero i tedeschi. Il produttore De Laurentis aveva proposto al posto di Enrico Maria Salerno come protagonista Paul Newman, ma non doveva essere un fatto di guerra civile ma con i tedeschi. Naturalmente anche il film avrebbe avuto una maggiore risonanza ma, per fortuna, Vancini rifiutò». Sul muretto come simbolo altri hanno girato, come il filmaker Vito Contento con “Le lapidi di corso Martiri raccontano”del 2001.
Altro film che ha un ruolo straordinario è “Il giardino dei Finzi Contini” sempre da un racconto di Bassani: «Inoltrandosi in via Mazzini, nella Sinagoga, nel ghetto ci si può trovare nell'atmosfera e nella storia di questa famiglia e della Comunità ebraica raccontata con una analisi spietata da Bassani».
Nel 1969 esce “Giovinezza giovinezza” da un romanzo di Luigi Preti con la regia di Franco Rossi, «qui si capisce l'atmosfera del fascismo che si racconta, i giovani che cominciano a capire che qualcosa non va: Qui i luoghi sono la piazza, l'Università, la città di quel periodo».
È del 1987 “Gli occhiali d'oro” di Giuliano Montaldo, sempre da un racconto di Bassani: «Anche questo film - dice sempre la Quarzi - si inserisce nella città che guarda dalle persiane, dove è difficile vivere la propria vita sia per l'emarginazione dovuta alla razza che all'omosessualità, la diversità».
Anche se non ha a che fare con il periodo della Resistenza la Quarzi cita “Ossessione” di Luchino Visconti girato a Ferrara nel 1943. «Visconti era già nella Resistenza e quando venne con la sua troupe c'erano anche personaggi come Giuseppe De Santis - che poi fece “Riso amaro” - e Mario Licata e altri antifascisti. Paolo Ravenna ricordava che con altri giovani seguivano la troupe e respiravano un'aria nuova e sentivano che qualcosa stava cambiando. La base era al Teatro Comunale dove ci fu anche una delle prime riunioni antifasciste durante le riprese del film».
La distinzione e il divario tra la città e la campagna che c'era durante il periodo 1943-45 è ben rappresentata anche nei film.
Iniziamo questo percorso fuori le mura. “Aiutami a sognare”, 1981, di Pupi Avati è stato girato a Ro e racconta di un pilota caduto con l'aereo e nascosto da una famiglia e anche questa fu una forma di resistenza. Scendendo lungo il Po verso il Delta ci sono i luoghi di “Paisà”, 1946, di Roberto Rossellini: «La sagoma del partigiano morto legato al salvagente, penso sia nella memoria di tantissimi. In quell'immagine c'è l'idea della Resistenza».
Una curiosità la Quarzi la racconta a proposito di “Roma città aperta”, 1945, di Rossellini: «Un fatto avvenne tra Codigoro e Mezzogoro verso la fine di aprile del 1945: i fascisti stavano rastrellando delle persone e Olga Fabbri, con in braccio le sue due bimbe, cercò di impedire che portassero via il marito ma una raffica la uccise. Dopo alcuni anni Giancarlo Pajetta consegnò una medaglia alle figlie di Olga e disse che Rossellini si era ispirato a quella storia per la famosa ripresa con Anna Magnani».
Altra pellicola importante con i luoghi del Delta è “L'Agnese va a morire” tratta dal libro di Renata Viganò e girato nel 1976 da Montaldo, incentrato sulla storia delle staffette partigiane, indispensabili con la loro attività alla lotta.
«Montaldo - dice la Quarzi - raccontava che la protagonista Ingrid Thulin rimase due mesi a Comacchio per capire come si muovevano e vivevano le donne. Dovevano girare una scena ed era necessaria una bicicletta anni Quaranta , quando andarono a sceglierla ce ne erano due una più bella e l'altra un po' più scassata; la Thulin volle a tutti i costi la seconda e così la portarono dal meccanico per sistemarla e fu durante i lavori che trovarono nel cannone della bici un messaggio nascosto dai partigiani».
Ad Argenta ci sono le pellicole girate su don Minzoni, “Delitto di regime” girato per la televisione nel 1973 e “La neve nel bicchiere” di Vancini del 1986 che parlano dell'inizio del fascismo. Sulla lotta partigiana nell'argentano c'è anche “L'aquilone sul Reno” del ferrarese Andrea Barra del 1995.
È del 2013 “Quando i tedeschi non sapevano nuotare” di Elisabetta Sgarbi che ritorna con la sua storia lungo il Po. Un documentario “Dal Reno al Po" di Carlo Magri raccoglie i filmati girati durante l'avanzata delle truppe alleate sul nostro fronte, mostrando in particolare i bombardamenti di Argenta e Portomaggiore.
Infine due film su Bondeno e sull'episodio che vide protagoniste assolute le donne quando il 18 febbraio del '45 andarono all'assalto del Municipio per bruciare i registri di leva. Entrambi gli autori sono ferraresi. Il primo è “I figli non sono della guerra” di Renzo Ragazzi girato nel 1951 e il secondo è “Una nuova Scintilla”, del 2014, di Rita Bertoncini: «una giovane sensibile - conclude la Quarzi - con grande forza espressiva con quei primi piani dei volti che ti raccontano una storia». Una storia che deve continuare a far parte della nostra memoria.
Fabio Ziosi
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