Da quella notte del ’43 iniziò la guerra civile
La storica Antonella Guarnieri ripercorre la Resistenza ferrarese «Nacque in città un antifascismo trasversale, laboratorio del futuro Cln»
di FABIO ZIOSI
Settant'anni fa terminava la Seconda guerra mondiale (1939-45) e finiva anche la Guerra di Liberazione nel nostro Paese (1943-45) dal nazi-fascismo. I protagonisti viventi di quegli anni sono sempre meno, tocca sempre più agli storici narrare quegli avvenimenti. Della Guerra di Liberazione abbiamo parlato con la storica Antonella Guarnieri del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, istituzione vero fulcro di memoria e ricerca scientifica, nota ben al di là dei confini provinciali.
Cerchiamo di capire quali sono le peculiarità della nostra provincia; quale era la situazione prima del 1943-45?
«Una delle cose più interessanti emersa dalla mie ricerche sul periodo prima dell'8 settembre, è un documento del giugno '43 che parla dell'esistenza di un movimento presente anche a Ferrara e che era interpartitico (Pci, socialisti, ecc) ma anche interclassista. Era nato molto probabilmente tra gli studenti dell'Università di Bologna e uno dei collegamenti fu Giorgio Bassani, che in quel periodo fu anche arrestato. A Ferrara il movimento ruotava attorno alla figura di Alda Costa, sempre stata antifascista, una donna affascinante e intelligente. Attorno a lei vi erano sia Giorgio Bassani che operai comunisti, che il fruttivendolo Giovanni Magoni. Perciò era fortemente interclassista».
Perché questa connotazione è così importante?
«Perché si muovono personaggi come Concetto Marchesi, comunista e rettore dell'Università di Padova e docente di Matilde Bassani (amica di Giorgio) che viene a Ferrara per incontrarsi con Pasquale Colagrande (Procuratore del re, ucciso al muretto del Castello) e insieme vanno a incontrare il generale Cadorna, monarchico, per sondare la possibilità di creare un gruppo di antifascisti. Ferrara divenne una sorta di laboratorio su quello che sarà poi il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Perciò Ferrara non fu al traino di Bologna e questo rende giustizia alla nostra città».
Che fine fece questo movimento?
«Molte persone furono messe in galera; i primi quaranta giorni del governo Badoglio, furono, per Ferrara, un momento difficile. I fascisti sapevano come sarebbe andata a finire la guerra e con la Repubblica sociale sottoposero il Nord Italia ad altri due anni terribili. A Ferrara la Resistenza fu costretta a mettersi in attesa, pur essendo presenti cellule; erano anche tornati uomini come Spero Ghedini e Italo Scalambra per cercare di riorganizzare la Resistenza. Ma con la strage del Castello (15 novembre 1943) ci fu il terrore; la città fu per un giorno in mano ai fascisti che spadroneggiarono come non mai. La gente aveva paura. Questa strage viene considerata dagli studiosi l'inizio della guerra civile in Italia».
Ferrara è stata accusata di aver aderito in massa al fascismo e, a Liberazione avvenuta, al comunismo e al socialismo.
«Ferrara fu città fascista perché era una città borghese ed era assente un proletariato. Qui anche gli ebrei furono fascisti (è noto il caso di Ravenna, podestà e amico di Balbo). C'è chi dice che l'adesione al Pfr (Partito fascista repubblicano di Salò) fu per ideale, ma io credo che questo fu solo per i ricchi e la borghesia, la massa, non essendo preparata politicamente, aderì solo per paura (e in gran numero solo dopo la strage). La Resistenza venne fortemente fiaccata da questo episodio».
Dopo l'eccidio cosa accadde?
«La lotta si spostò moltissimo nelle campagne che ebbero un comportamento diverso dalla città durante tutto il ventennio fascista, pur essendoci a Ferrara zone come S. Luca con un forte antifascismo militante. In città erano tutti prostrati verso Italo Balbo, le sue manifestazioni culturali come le celebrazioni ariostesche, le mostre, i convegni e la stessa ripresa del Palio, ravvivarono la città. In campagna restarono potentemente antifascisti. Sono stati trovati documenti su Formignana (documenti delle autorità fasciste) che raccontano le ribellioni massicce degli anni Trenta degli scariolanti sugli argini del Po che si rifiutavano di lavorare e per protesta indossavano il fazzoletto rosso. Oppure a Comacchio dove si trovavano nelle case veri altarini con immagini di Giacomo Matteotti ucciso dai fascisti. Nelle campagne i partiti socialista e popolare avevano difeso le masse che erano trattate in modo disumano. E i fascisti erano identificati con i padroni».
Quale era la situazione nella provincia?
«Ci furono vaste zone della bassa dove la Resistenza era attiva come a Comacchio, Copparo o Bondeno che fu un serbatoio di antifascismo con le donne con i Gruppi di difesa delle donne. Sono storie che vengono da lontano, con un Ventennio vissuto in gran difficoltà. I proprietari terrieri si erano letteralmente ripresi in mano la vita delle persone».
Quale fu la consistenza delle prime azioni partigiane?
«Nel ferrarese furono abbastanza limitate a parte la Bassa dove l'organizzazione militare era più forte. Il territorio particolare con grandi latifondi e assenza di colline, lasciava gran spazio alla delazione, era più facile controllare cosa faceva l'altro. Venne fatto un gran lavoro di propaganda, per esempio nella Fabbrica della Gomma Sintetica (l'attuale Montedison); poi ci furono atti di sabotaggio lungo strade, linee elettriche e ferroviarie».
Fatti eclatanti?
«Pochi, ma ci sono stati, come le bombe alla caserma della Gnr di Berra che portò all'arresto e poi all'uccisione di Ticchioni e Villa; le bombe alla casa di tolleranza di Ferrara; l'uccisione del maresciallo Mario Villani che portò all'eccidio della Certosa dell'11 agosto 1944 dove furono fucilati sette resistenti, portando un duro colpo all'organizzazione ferrarese».
La nostra provincia fu teatro di stragi continue.
«Sì, sia in città che fuori, come l'eccidio della macchinina di Goro, un'altra strage il 20 agosto '44 in Certosa e quella del Doro il 17 novembre '44 con sette partigiani uccisi dai nazisti».
E questa fu l'unica fatta dai tedeschi?
«Sì, qui il fascismo fu ancora più duro dall'eccidio del Castello in poi, tanto che molti si sentivano più garantiti dai tedeschi. I fascisti avevano iniziato presto a fare vittime nella nostra provincia e rimase. ro duri sino alla fine: avevano capito che avrebbero dovuto pagare tutto».
Arriviamo alla Liberazione dell'aprile 1945.
«Ferrara era libera il 23 aprile come molte altre città del Nord, ma furono giorni difficili: i tedeschi non si volevano arrendere e fuggivano preferendo addirittura di attraversare il Po con mezzi inadeguati, tanto che molti vi trovarono la morte. Poi ci fu il fenomeno dei cecchini fascisti, come ricordano molte lapidi di caduti presenti in città. Infine arrivarono le truppe alleate, per primi furono gli scozzesi con le loro cornamuse».
Cosa trovarono gli alleati entrati in città?
«La città era stata liberata ed era in mano ai partigiani e ci furono tantissime manifestazioni di gioia e festeggiamenti. Ma i fascisti erano ancora attivi come dimostra l'incendio del 29 aprile del tribunale (ex Palazzo della Ragione in piazza Trento Trieste) per cancellare documenti e tracce dei processi fatti da loro».
Ci furono reazioni?
«Sì, vi furono reazioni con episodi che vanno ancora studiati. Quello più eclatante fu nel giugno del 1945 in via Piangipane quando undici persone, presunti fascisti, furono uccisi dalla banda Rizzati che poi, per quell'eccidio, fu processato e condannato. Su quella stagione ora si sono aperti archivi e ci sono documenti. Penso che la mia generazione - che non ha vissuto la Guerra fredda - abbia raccolto il testimone della Resistenza per dire cosa è accaduto. Siamo alla vigilia della conclusione di un percorso per aggiungere un tassello fondamentale sul dopo 25 aprile, parlare di quei morti che ci sono stati e spiegare il perché. Penso che ora gli storici siano in grado di produrre uno studio veramente scientifico».