Carife, niente Fondo-fobia
Clienti inquieti ma nessuna fibrillazione. Fondazione-commissari, mancano i dettagli
Ieri mattina molto dipendenti Carife sono andati al lavoro con un grosso punto interrogativo nella borsa: come reagiranno i clienti alla notizia dell’assenza di compratori, ad oggi, e all’intervento su tutto il capitale del Fondo interbancario per la tutela dei depositi? Timori legittimi, vista l’ondata di panico scatenata nel febbraio scorso dalla pubblicazione sulla Nuova di scenari di questo tipo. Il bis però non c’è stato: diverse telefonate di clienti e soci, qualche visita allo sportello per chiedere informazioni, ma nessuna fibrillazione. «Sembra che i clienti abbiano colto la valenza positiva dell’intervento del Fondo» è il commento di un dipendente di un piccolo sportello nel Ferrarese. E in effetti l’acquisizione del 100% del capitale Carife da parte del Fondo, per un controvalore di 300 milioni di euro, con la conseguente fine del commissariamento e il passaggio sotto la gestione di amministratori nominati direttamente dal Fitd in attesa dell’arrivo di un acquirente bancario, è una garanzia per tanti: correntisti, obbligazionisti, clienti, dipendenti. Il vero punto interrogativo resta la sorte del capitale sociale e delle azioni della banca, cioè di quella enorme ricchezza (1,4 miliardi se si considera il valore top delle azioni, 40,6 euro, oltre 200 milioni a valore di libro) incorporata nelle partecipazioni detenute da circa 29mila azionisti. Ieri non è avvenuto il contatto tra i commissari Giovanni Capitanio e Antonio Blandini, e Riccardo Maiarelli, presidente della Fondazione: il quadro non è ancora completo, hanno fatto sapere gli emissari di Bankitalia, rinviando ai prossimi giorni ogni spiegazione.
Così l’azionista di maggioranza non ha potuto chiarire gli aspetti cruciali dell’operazione Fitd, in particolare su come avverrà il passaggio del 100% delle quote: attraverso un’assemblea straordinaria per l’azzeramento del capitale e la ricapitalizzazione immediata da parte del Fondo? Oppure con un meccanismo che consenta un riconoscimento del valore delle attuali azioni, magari mediante garanzie di opzione agevolate sui futuri assetti? Per azzerare il capitale sociale, che risultava nel 2012 a quota 359 milioni, dovrebbe peraltro essere successo una specie di cataclisma in questi anni, pur ammettendo che l’ancor irrisolto nodo di Commercio e Finanza possa nascondere sorprese amare. La verità è nascosta nei conti Carife, e la conoscono solo i commissari e Bankitalia.
Per il momento si può osservare che l’intervento del Fondo, nelle modalità e nelle consistenze previste per Carife, ha un solo precedente nella storia: il salvataggio Cariprato, nel lontano 1988. Sono rare anche operazioni di altro tipo, e per importi in genere meno rilevanti. Dalla tabella manca proprio l’ultima in ordine di tempo, cioè l’intervento a fondo perduto di 265 milioni su Tercas, che ha permesso l’acquisizione di quella banca da parte di Popolare di Bari. Su quell’operazione si è infatti acceso il faro dell’Antitrust Ue, che ne ha ipotizzato l’equiparazione ad aiuto di Stato, suscitando lo stupore dell’intero mondo bancario italiano. Non è escluso che lo stesso schema potesse essere applicato a Carife (e anche a Banca Marche), e il cambio di rotta sia stato suggerito proprio dall’opportunità di non entrare in collisione con l’Europa. E bisogna anche tener conto delle difficoltà che, sempre in sede Ue, sta incontrando la proposta di bad bank italiana, dove far convogliare i crediti ammalorati: Carife, ad occhio, ne avrebbe tratto un gran vantaggio.
Stefano Ciervo
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