«Dentro la valanga respirando la neve»
Il racconto di Michele Battelli, l’ingegnere sopravvissuto alle conseguenze del terribile terremoto che ha devastato il Nepal
ARGENTA. La tremenda catastrofe che ha colpito il Nepal nei giorni scorsi occupa ancora le prime pagine delle cronache di tutti i quotidiani. Anche Ferrara e la sua provincia sono state toccate da questa apocalisse. Si tratta di una storia, per fortuna, a lieto fine: quella dell'argentano Michele Battelli. Dopo le notizie ricevute nei giorni scorsi dal fratello Marco e dalla madre Silvana, lunedì sera siamo riusciti a contattare direttamente lui, Michele, il manager argentano di Google impegnato in una spedizione sull'Himalaya. Ci scrive proprio mentre sta scendendo dalla montagna, attraverso la valle del Khumbu, in direzione Kathmandu. Sulle cime della più grande catena montuosa del mondo è già notte. All'alba di ieri, poi, nella capitale asiatica già veniva programmato il ritorno negli Stati Uniti, a Santa Clara, in California, dove Michele lavora. Il racconto inizia dai minuti precedenti il terremoto, in quel maledetto 25 aprile, quando ancora nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto di lì a poco: «Alle 12.15 ero al campo base dell'Everest - ci dice Michele -, nel campo di Jagged Globe, un operatore inglese. Ero nella tenda del mio caro amico, compagno di avventure e collega di lavoro Dan Fredinburg. Stavamo organizzando le foto della prima rotazione nell'icefall che avevamo fatto il giorno prima. Nella tenda accanto c'era Florian Nagl, il nostro amico tedesco».
Da qui, ha inizio la cronaca di istanti terribili: «Ad un certo punto - prosegue Michele - ho sentito un enorme crack nel ghiaccio sotto di noi e la tenda si è mossa da un lato all'altro, di almeno mezzo metro. Avendo vissuto in California per tanti anni, d'istinto sono uscito dalla tenda prendendo con me solo la giacca a vento. Appena giunto fuori ho sentito un altro rumore di rocce che si spaccavano, ancora più forte. Sembrava che la terra si fosse aperta in due. Le nuvole erano basse e non si vedevano le cime, quindi non si capiva da dove potesse provenire la valanga. Molti, all'inizio, pensavano dal lato Everest, ma era solo l'eco. In realtà, arrivava dal lato del monte Pumori, proprio alle spalle del campo base. Qualche secondo dopo, da sotto le nuvole, è apparsa la valanga più grande che abbia mai visto! Il fronte sarà stato largo quasi un chilometro. Sembrava uno tsunami di neve. Mi sono girato - racconta ancora Michele - , sono corso nella direzione opposta e mi sono buttato dietro ad un cumulo di rocce. Il mio amico Florian aveva fatto la stessa cosa. Un secondo dopo ecco la valanga sopra le nostre teste, un'onda d'urto impressionante. Respiravo neve e il primo pensiero è stato: "Morirò seppellito". La neve si è calmata dopo quella che mi è sembrata un'eternità. Florian ed io ci siamo alzati, chiamando subito Dan, ma senza risposta. Abbiamo iniziato a girovagare, ancora nella nube di neve, e dopo qualche minuto l'ho visto in lontananza, sotto una roccia. Ho tentato un massaggio cardiaco - conclude Michele - , gli ho messo un sacco a pelo per tenerlo al caldo. Tutto inutile, le ferite alla testa erano fatali». Sembra la trama di un film, con un finale tragico. Almeno Michele, magra consolazione, ha potuto raccontarla.
Daniele Carnaroli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google