«Ho visto morire il mio amico Dan»
di MICHELE BATTELLI A. lle 12.15 circa del 25 aprile ero al campo base dell’Everest, nel campo Di Jagged Globe, un operatore inglese. Ero nella tenda del mio caro amico, compagno di avventure e...
di MICHELE BATTELLI
A. lle 12.15 circa del 25 aprile ero al campo base dell’Everest, nel campo Di Jagged Globe, un operatore inglese. Ero nella tenda del mio caro amico, compagno di avventure e collega di lavoro Dan Fredinburg. Stavamo organizzando le foto della prima rotazione nella icefall che avevamo fatto il giorno prima. Nella tenda accanto c’era Florian Nagl, il nostro amico tedesco.
Ad un certo punto ho sentito un enorme “crack” nel ghiaccio sotto di noi e la tenda si è mossa da un lato all’altro, probabilmente di mezzo metro.
Avendo vissuto in California per tanti anni, di istinto sono uscito dalla tenda prendendo con me solo la giacca a vento. Quando sono uscito ho sentito un altro, ancora più forte, rumore di rocce che si spaccano. Sembrava che la terra si fosse aperta in due.
Le nuvole erano basse e non si vedevano le cime, quindi non si capiva da dove potesse provenire la valanga. Molti all’inizio pensavano dal lato Everest, ma era solo l’eco. In realtà era dal lato del monte Pumori, proprio alle spalle del basecamp.
Qualche secondo dopo da sotto le nuvole è apparsa la valanga più grande che abbia mai visto: il fronte sarà stato largo quasi un chilometro. Sembrava uno tsunami di neve.
Di istinto ancora mi sono girato e ho corso nella direzione opposta e mi sono buttato dietro ad un cumulo di rocce. Il mio amico Florian aveva fatto la stessa cosa. Un secondo dopo l’onda d’urto che precede la valanga spazzava sopra le nostre teste, scaricando neve su di noi. Respiravamo neve e il primo pensiero è stato: “morirò seppellito”. Dopo quella che sembrava una eternità la neve si calmò e Flo ed io ci alzammo, scrollando la neve di dosso.
La prima reazione fu quella di chiamare Dan. Nessuna risposta. Iniziai a girovagare ancora nella nube di neve e dopo qualche minuto vidi Dan lontano, sotto una roccia. Quando lo raggiunsi non c’era nulla che potessi fare, le ferite alla testa erano state fatali. Ho tentato un massaggio cardiaco, e gli misi un sacco a pelo addosso per tenerlo al caldo ma non fu sufficiente.
I seguenti due giorni e mezzo li abbiamo passati con la picozza da ghiaccio in mano, estraendo dal ghiaccio e la neve i resti delle nostre cose, sparse in un raggio di più di mezzo chilometro.
Al terzo giorno, siamo riusciti a prendere un elicottero dal campo base che ci ha portato giù a Lukla, dove continuiamo ad aspettare un volo per Kathmandu.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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