«La nostra avventura? È nel territorio»
Il direttore di CariCento Ivan Damiano: la rinuncia a Carife motivata dal quadro normativo incerto e dalla nostra prudenza nella gestione bancaria
Si definisce un artigiano del credito perché preferisce lavorare per le piccole banche rispetto ai grandi istituti di credito, dove ha svolto la sua gavetta professionale. Dal 2004 Ivan Diamano - bolognese, classe 1957 - è il direttore generale della Cassa di Risparmio di Cento, una banca che negli anni della crisi economica ha raggiunto i migliori requisiti di solidità a livello nazionale. «Quello della solidità è un tema importante, basilare - dice il direttore dell’istituto centese - e riguarda tutto il sistema bancario».
Direttore, la Cassa di Risparmio di Cento, dati alla mano, ancora una volta ha chiuso l’esercizio annuale in salute. Ci può spiegare il segreto, la ricetta vincente?
«Ci siamo limitati a lavorare nel territorio che conosciamo, nel nostro perimetro di azione delle province di Ferrara, Modena e Bologna, questo per limitare i rischi, evitando avventure ed espansioni in altri territori (l’allusione all’espansionismo di Carife nei primi anni Duemila - che alla fine si è dimostrato deleterio per la banca - è palese, ma il direttore non fa alcun riferimento specifico n.d.r.), abbiamo rallentato anche l’erogazione di credito ad imprese soprattutto nel settore che la crisi ha maggiormente penalizzato, quello dell’edilizia, proprio per tutelare i nostri conti e non esporci a troppi rischi, accentuando per contro gli accantonamenti in modo da dare maggiore stabilità alla banca. Siamo passati anche per una forte ristrutturazione interna, abbiamo aperto le porte a forze giovani e fresche. Importantissima per la buona gestione della banca è la forte governance che c’è tra l’istituto di credito e la Fondazione CariCento, nostra azionista di maggioranza, con manovre sempre concordate. Mi lasci dire che tante casse di risparmio hanno avuto in passato problemi proprio su questo fronte. Più che al bilancio annuale bisogna guardare il contesto in un’ottica pluriennale, che guardi il lungo periodo».
Un giudizio sull’economia della provincia di Ferrara. Si intravede qualche spiraglio di uscita da una crisi lunghissima?
«Notiamo una ripresa di investimenti nelle imprese più grosse, più difficoltà ci sono nelle piccole, sono incoraggianti i segnali dell’export in ripresa. L’agricoltura ha tenuto bene, la meccanica sta lentamente recuperando, l’edilizia rimane ancora il settore più in crisi ed esposto. Notiamo poi che mediamente le famiglie sono più prudenti nella richiesta di prestiti, l’importo per il mutuo medio per la casa ad esempio è calato del 15%, prima si chiedevano cifra superiori ai 100mila euro. Per rispondere in conclusione alla sua domanda diciamo di sì, si intravede qualche segnale di ripresa».
Il commissariamento della Carife, vostra maggior concorrente sul territorio, ha avuto senza dubbio delle ripercussioni sulla vostra banca. Quali quelle positive e quelle negative?
«Guardi, per prima cosa vorrei dire che abbiamo riscontrato un attaccamento molto forte della clientela della Carife nei confronti della loro banca nonostante il commissariamento. Non abbiamo rilevato delle grandi fughe di clienti, non verso di noi e mi risulta nemmeno verso altre banche. Non abbiamo fatto incetta di clienti, come qualcuno sostiene. Inoltre c’è da sottolineare che quando una banca è in difficoltà tende dal punto di vista concorrenziale ad offrire condizioni più appetibili sul mercato, con maggiore disponibilità verso la clientela».
Perché è sfumata da parte vostra la scalata alla Carife? Cosa è mancato alla fine per acquisire la banca ferrarese?
«Non occorre che le ripeta la discrezione che dobbiamo avere su tale operazione, senza scomodare i proverbiali silenzi del banchiere Cuccia. Il nostro interesse alla Carife era motivato dal fatto che abbiamo creduto, e ne siamo ancora convinti, di essere i migliori a poter dare valore a questa banca, perché rispetto ad altre realtà conosciamo bene il territorio. Non abbiamo mai avuto alle spalle una cordata, ma eravamo convinti poi di trovare successivamente un partner. Che cosa ci ha fatto desistere alla fine? Per prima cosa c’è da rilevare il quadro normativo in movimento, con molta incertezza nel settore bancario. Abbiamo poi notato che non era stata completata la ristrutturazione della banca Carife e poi come sempre abbiamo ragionato con la logica della prudenza bancaria. Una simile operazione avrebbe comportato un aumento di capitale e abbiamo accolto anche i timori di soci e Fondazione. Per questi validi motivi abbiamo deciso di rinunciare all’operazione di acquisizione».
Non avete però rinunciato al progetto di conquistare maggiormente il mercato ferrarese?
«Stiamo lavorando, non è un mistero, per diventare la banca di riferimento del territorio, abbiamo fatto molti investimenti e vogliamo dare segnali chiari con appoggio a molte istituzioni e manifestazioni tipicamente ferraresi: dal palio, alla fiera, alla Cus solo per citarne alcuni».
Corre voce che tra qualche anno le piccole banche dovranno per forza aggregarsi per affrontare meglio il mercato. Vi state attrezzando per qualche fusione o si tratta di voci infondate?
«La crisi ha colpito anche banche di grandi dimensioni come Mps e Carige, non solo le piccole realtà bancarie. Sono convinto che le piccole banche, efficienti, possono resistere bene al mercato se si specializzano nel credito. In questi anni abbiamo investito molto sul personale, sulla tecnologia dove tra l’altro siamo la banca pilota all’interno di Cedacri di un progetto di digitalizzazione con conseguente guadagno in termini di produttività».
Gli azionisti di CariCento, memori di quanto successo alla Carife, chiedono garanzie sul valore del titolo. Come tutelarli in questa fase?
«Il risparmio e la sua tutela a CariCento vengono al primo posto. I nostri azionisti sono 9.121 ed entro l’anno contiamo di toccare quota 10.000. Va ricordato che a differenza di tante altre banche in questo periodo di crisi i nostri azionisti hanno sempre ottenuto dei dividendi Nel lungo periodo il titolo ha avuto un rendimento medio del +2,88%, rispetto al +2% della media delle borse europee e del -18% del comparto delle banche. È dall’ultimo aumento di capitale avvenuto nel dicembre 2002 con 40 milioni che non chiediamo soldi ai nostri azionisti. E in questo periodo abbiamo distribuito 45,9 milioni ai soci. Concludo, come avevo iniziato, toccando ancora una volta il tema della solidità, fattore indispensabile che si costruisce nel tempo».
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