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il fondo del direttore

Rinascere o morire in una valigia

Stefano Scansani

Il caso del bambino trovato in un trolley durante un controllo alla dogana

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Valigia deriva dall’arabo ualìha, sacco. L’avventura del bimbo in valigia conferma che siamo circondati da un continente e mezzo di gente che ha una sola ansia: migrare dall’Africa e dal vicino Oriente. Abou, 8 anni, nato in Costa d’Avorio, giovedì è stato avvolto in un mucchietto di vestititi, infilato in un trolley rosa e portato al confine dell’enclave spagnola di Ceuta da una ragazza di 19 anni. In pieno Marocco. Il padre di Abou, con regolare residenza alle Canarie, nel regno di Spagna e quindi in Europa, vedendosi rifiutare il ricongiungimento familiare, si era inventato l’ingenuo espediente della ragazza portatrice, della valigia e del figlio nascosto là dentro.
L’infallibile scanner a raggi x della dogana ha però fotografato il bimbo. La polizia è intervenuta. E il piano è saltato. Stretto in una posizione fetale, individuato con un’immagine quasi ecografica, Abou è uscito dal trolley terrorizzato e piangente. Per lui e la sua famiglia è stato un tentativo di nuova nascita.


Per noi, invece, è una clamorosa, straordinaria fotonotizia gravida di tutta la nostra tecnologia che addirittura sa veder dentro le cose, anche nel fagotto africano. Senza risolverlo.
Siamo così bravi, diligenti, prudenti, sofisticati d'aver celato il viso del bimbo con una serie di grandi pixel o una semplice fascetta, tipo cerotto, di quelle che andavano di moda quando c'era la censura o si usano per rendere irriconoscibili gli arrestati in attesa di processo. Ce lo impone la coscienza e l'etica professionale. Il bimbo dev'essere irriconoscibile, a sua tutela.
Nel nostro mestiere s'impongono la Carta di Treviso che disciplina i rapporti fra informazione e infanzia, Telefono Azzurro, Unicef, privacy, leggi, regole, sentenze, protocolli. Giustissimi.
Ma paradossalmente Abou, che cercava suo padre, un'identità e una cittadinanza, rimane senza volto.
Guardatelo scovato dentro la valigia, nudo: sembra ET, pare un extraterrestre. Forse perché lui e tutti i bambini accompagnati per mano o in marcia solitaria nei deserti e sul mare verso l'Europa sono destinati a rimanere privi di nome. Ciò per un dovere morale maturato dalla nostra civiltà giuridica, oppure per un disimpegno di umanità?
La contraddizione è spaventosa, quanto il parallelismo fra la valigia che conteneva Abou vivo, e l'ultima grande nave finita in fondo al Canale di Sicilia con 800 migranti e chissà quanti bimbi, cadaveri. In attesa che l'appello di ieri della Mogherini e di Juncker approdi a una condivisione dell'accoglienza dei migranti da parte di tutti gli stati europei.


Le analogie galoppano e si moltiplicano. Come quella di Ceuta che insieme a Melilla sono appunto pezzi di Spagna inclusi nel Marocco, e la nostra Lampedusa.
Le prime due sono l'Europa dentro l'Africa. L'ultima è l'Europa più prossima all'Africa. Analogie, come quella di una bimba che il 4 maggio invece è stata partorita su una nave battente bandiera tricolore: l'hanno chiamata Francesca Marina, ed è dunque apparsa su giornali e tivù senza pixel e fascetta in volto, perché è nata in Italia e la mamma ha dato il consenso a fotografarla.
Più o meno nello stesso momento in cui vedeva la luce sua altezza reale la duchessina di Cambridge, Charlotte Elizabeth Diana, quarta pretendente al trono britannico, in un Regno Unito che sta riflettendo se stare o lasciare l'Unione Europea. Ognuno, cari miei, nasce, muore o si salva nella sua valigia. Badando alla sua valigia. Chiudendosi nella sua valigia.

Stefano Scansani
s.scansani@lanuovaferrara.it

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