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Medici di base, un esodo da pensione

Medici di base, un esodo da pensione

Si avvicina l’uscita dal servizio per un’intera classe di professionisti. Una chance in più per gli studenti in cerca di lavoro

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In Svezia e in Inghilterra sono ricercati come pietre rare. Sono i professionisti in camice bianco, figure di cui i servizi sanitari dei due Paesi europei sono carenti da anni, al punto che la selezione viene sempre più spesso compiuta all’estero, Italia compresa. Eppure lo Stivale, che sta inviando medici e infermieri oltre frontiera dove si trovano più opportunità di lavoro, potrebbe trovarsi in affanno nel giro di qualche anno. Una prospettiva già evidenziata da congressi e articoli ma che fino ad oggi in Italia si è manifestata più per profili professionali come quello degli infermieri che per i laureati in medicina e gli specializzati. «Gli allarmi lanciati in questi casi, per vari motivi, non si sono ancora concretizzati - spiega Dario Bonetti, medico di base a Francolino  e buon conoscitore della situazione sanitaria ferrarese - È vero comunque che l’età media dei medici di famiglia che prestano servizio in provincia è intorno ai 60 anni». Un dato che potrebbe tradursi, nell’arco di 4-5 anni, in una sorta di esodo di massa.

In provincia gli operatori sul territorio sono circa 300, a Ferrara più o meno la metà. La rete dei medici di base è spesso la porta d’ingresso del sistema dell’assistenza sanitaria pubblica, il primo anello di un percorso diagnostico che può coinvolgere nei passaggi successivi altri ambulatori, laboratori, servizi diagnostici, strutture intermedie e ospedali. L’aspetto critico, comune anche ad altre province italiane, è legato all’invecchiamento di un’intera classe di medici assunta tra le fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, dopo l’introduzione della riforma del sistema sanitario, la legge 502. Tre decenni dopo molti di quei professionisti stanno per raggiungere i requisiti per la pensione. «Ma bisogna vedere quando ogni medico di famiglia deciderà di uscire effettivamente dal servizio - precisa Bonetti - perché per evitare penalizzazioni e raggiungere l’equilibrio contributivo l’opzione si può ritardare fino a 67-68 anni, comunque non oltre i 70». La stretta sul sistema sanitario locale, che ha ridotto negli ultimi anni reparti e servizi ospedalieri, renderà probabilmente più difficoltoso l’accesso degli specializzati nelle corsie di degenza e nelle sale operatorie. «Per questo motivo - osserva Bonetti - il corso regionale di formazione triennale che abilita 60 medici di famiglia all’anno e che si può intraprendere dopo la laurea potrebbe essere una strada per una parte degli aspiranti medici». L’alternativa potrebbe essere un’attesa molto più lunga (e incerta) per l’ingresso - più ambito - negli ospedali o la scelta - più rara - di trasferirsi all’estero. Se questo scenario si affermerà concretamente lo si saprà solo fra qualche anno, ma per gli studenti il momento della scelta (formativa) potrebbe scattare prima.

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