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«Sommati troppi errori. E così crollò il Palasport»

«Sommati troppi errori. E così crollò il Palasport»

Il giudice spiega il perché delle sei condanne e due assoluzioni. «Materiali, filetti e sfere, insieme causarono la riduzione di resistenza del tetto»

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PORTOMAGGIORE. Costò 1milione e 200mila euro di soldi pubblici, il palasport di Portomaggiore che crollò il 10 marzo 2010, dopo una forte nevicata che appesantì la copertura del tetto: inchiesta e processo hanno appurato che non fu solo il fattore meteo a causare il crollo, innescato certo dalla neve, ma furono tre fattori tecnici a determinare il collasso della struttura reticolare (un gigantesco sistema di travi filettati collegate a sfere). Lo spiega nella sua articolata motivazione il giudice Franco Attinà (52 pagine in cui analizza il perchè ha condannato gli 8 imputati) : «Il crollo della copertura della palestra deve essere collegato al mancato rispetto per le viti del materiale previsto in progetto», spiega il giudice soffermandosi sull’ acciaio utilizzato rispetto quello progettato, inoltre alla irregolarità delle filettature, dovuta alla «dimensione eccessiva del preforo e conseguente difetto della filettatura delle sfere», nonchè per un terzo fattore, quello della «sostituzione in alcuni nodi delle sfere di diametro 100 con quelle di diametro 80». Il giudice ha fatto proprie le conclusioni dei periti che si sono succeduti nell’inchiesta (superpartes, prima l’ingegner Baroni, che ha svolto esami in incidente probatorio, poi l’ingegner Trombetti, perito del giudice). Periti che avevano indicato percentuali di causa dei tre diversi fattori del crollo, ma al di là di questo, per il giudice «risulta determinante che tutti i citati fattori abbiano determinato la riduzione delle resistenze dei moduli vite/sfera ben al di sotto delle prescrizioni normative e che in base ai valori emersi nelle operazioni peritali, il crollo non si sarebbe mai verificato se non fossero coesistiti tutti i fattori in questione, che si sono sommati nell’ambito di un unico processo di realizzazione dell’opera». Il giudice scarta anche un «quarto fattore», indicato ed emerso al processo da alcune difese, dovuto a «qualche altro elemento anomalo come una vite tagliata o le sfere ossidate o errori e manomissioni nella fase del montaggio». «Non si tratta di fatti eclatanti e anomali capaci di interrompere il nesso di causalità rispetto le condotte degli imputati che hanno determinato la riduzione di resistenza». Dunque, secondo il giudice, la catena di responsabilità è quella che ha portato alle condanne: tutti colpevoli chi costruì i filetti (aste e sfere), chi li progettò, chi li montò e chi doveva controllarli prima della posa in opera e durante questa e chi doveva collaudare l’opera: sei condannati (Cesari, Mezzadri, e i due fratelli Canalicchio a 1 anni di pena, Fattorini 1,8 anni e Tommasi 2.6) e due assolti (Giori e Donato). Netta la somma della rifusione danni, per 250mila euro, la somma che si è dovuta sborsare per rifare il tetto del Palasport. (d.p.)

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