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«In fuga dall’Isis, ma il mondo è sordo»

«In fuga dall’Isis, ma il mondo è sordo»

Il vescovo di Mosul ospite della Diocesi di Ferrara-Comacchio. La diaspora dei cristani: nessuno Stato disposto ad aiutarci

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Testimone di una nuova diaspora, di una nuova “soluzione finale”, voce della disperazione di un popolo perseguitato e scacciato dal suo Paese, dalle sue case, dalla sua storia. Monsignor Yohanna Petros Mouche è l’arcivescovo dei cristiani siro-cattolici di Mosul. Da quando, nel giugno di un anno fa, la città è stata occupata dall’autoproclamato Stato islamico, vive in esilio a Erbil nel Kurdistan iracheno. E ieri, accolto dalla Diocesi di Ferrara-Comacchio, ha offerto un racconto vivo, sofferto e diretto della spietata offensiva dell’Isis, ma anche dell’impotenza e dell’indifferenza dell’Occidente: «Finora nessuno Stato si è detto disposto ad accoglierci». A dargli ospitalità e voce, ieri, è stato il vescovo Luigi Negri («siamo con loro, con coloro che testimoniano che la fede vale più della vita»), invitando Mouche a intervenire anche alla Veglia di preghiera per la Pentecoste, e raccontare ai ferraresi le sofferenze della sua comunità.

«Un segno di solidarietà e amore», l’ha definito Mouche, lo sguardo addolorato ma pieno di forza, i capelli candidi di saggezza, la voce ferma nel ripercorrere un dramma spaventoso. La presa di Mosul, nel giugno di un anno fa, è stata possibile «per il tradimento dell’esercito iracheno che non ha opposto alcuna resistenza agli invasori, ma è scappato lasciando agli jihadisti tutte le attrezzature militari».

E se inizialmente i miliziani dell’Isis non erano apparsi ostili, ben presto hanno messo i cristiani di fronte a due alternative: diventare musulmani e cittadini loro pari; oppure pagare un tributo e diventare cittadini di seconda classe, soggiogati in uno stato di totale obbedienza. «Ma Cristo ci ha liberati, e non potevamo diventare schiavi». Così il popolo ha scelto la terza strada, abbandonare tutto: casa, beni, lavoro, e fuggire. Perché con l’Isis non si può trattare. Lo sanno bene gli abitanti di Qaraqosh, città cristiana vicina a Mosul, per due volte bombardata.

Dopo il primo raid, ricorda Mouche, «mi era stato consigliato più volte di lasciare, ma ho resistito, perché andarmene avrebbe significato la distruzione di tutto». Il secondo bombardamento, il 6 agosto (festa della Trasfigurazione) costò 3 morti e 4 feriti e svuotò la città: 50mila disperati tra cui vecchi, bambini e malati, abbandonarono tutto cercando «un altro angolo di mondo dove poter essere cristiani liberi».

Ma il mondo, finora, si è rivelato troppo stretto per trovarlo, questo angolo. I profughi di Qaraqosh, attraverso il vescovo, hanno bussato alla porta di Canada, Francia e Germania, e in tutti e tre i casi l’hanno trovata chiusa. Il mistro degli esterni canadese, a cui era stata chiesta la concessione di un’area della loro vasta terra «dove poter vivere pacificamente», ha risposto che a fronte di una quota annua, sulla carta, di 200.000 profughi, l’accoglienza si limita a 10mila persone, da tutto il mondo. Con il rappresentante di Parigi il dialogo ha assunto toni surreali, visto che Mouche gli si rivolgeva nella sua lingua, il francese, e lui gli rispondeva in inglese. L’accoglienza in Francia, in ogni caso, sarebbe possibile solo se a ogni famiglia (12.000) ne corrispondesse un’altra in grado di provvedere al suo sostentamento. La Germania si è detta disponibile a ospitare al massimo qualche migliaio di persone, per un periodo limitato di tempo.

Dal Vaticano sono arrivati aiuti «ma sono gli Stati - ha ribadito il vescovo di Mosul - che hanno il potere di accoglierci e sostenerci, offrirci un rifugio sicuro». Non per sempre: «Anche se parlo con la logica dell’emigrato - ha precisato Mouche - non vogliamo lasciare il nostro Paese, è là che ci sono la nostra cultura, la nostra tradizione, perché a volte i luoghi parlano più degli uomini». Lo ha capito bene l’Isis, con le sue spedizioni di distruzione e cancellazione della memoria. Così come ha capito quanto fosse importante colpire Qaraqosh e disperderne il patrimonio di cristianità.

L’avanzata dell’Isis, ha denunciato il vescovo di Mosul, «è possibile perché ci sono Stati e altre organizzazioni che lo appoggiano e lo riforniscono di armi». «Siamo - ha continuato - nelle mani degli Stati Uniti. Al consigliere dell’ambasciata americana ho detto che devono liberare la nostra terra per permetterci di farvi ritorno, di non disperderci, di non estinguerci. E così come prodigate tanti sforzi nel proteggere le specie animali a rischio di estinzione, fate altrettanto per noi, che siamo uomini e non bestie».(a.m.)

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