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L'ANNIVERSARIO

La guerra e la città, Ferrara in trincea

di FABIO ZIOSI
Soldati feriti al fronte e infermiere al Sant'Anna di Ferrara negli anni della Grande Guerra
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Soldati feriti al fronte e infermiere al Sant'Anna di Ferrara negli anni della Grande Guerra

Ricorre oggi il centenario del primo conflitto mondiale. Lo storico Trevisani racconta quegli anni drammatici

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di FABIO ZIOSI
Il 23 maggio 1915 venne consegnata nelle mani dell'ambasciatore austriaco la dichiarazione di guerra contro l'Austria-Ungheria, che entrò in vigore il giorno dopo. Lunedì 24 maggio le truppe italiane attraversavano il confine in Trentino e in Friuli; contemporaneamente la flotta della marina asburgica bombardava Ancona e altre località della costa Adriatica. Nella notte tra il 23 e 24 a entrare per primi in azione furono i dirigibili di stanza a Ferrara. Il dirigibile Città di Jesi uscì dall'hangar di Ferrara alle ore 22 e alle 22.45 iniziò la sua prima missione di guerra. Per la nostra città, quello stesso lunedì, venne decretato lo stato di guerra. Su come Ferrara abbia vissuto l'inizio del conflitto, abbiamo parlato con Enrico Trevisani dell'Archivio Storico Comunale.
Qual era la situazione alla vigilia del conflitto?
«Allo scoppio della prima guerra mondiale, la relativa tranquillità della provincia ferrarese di fine '800 non era più che un lontano ricordo. Nelle campagne ferraresi erano sorte le grandi fattorie della società di bonifica e alla periferia della città e in qualche grosso centro della provincia si levavano le ciminiere dei primi stabilimenti saccariferi. I braccianti si organizzavano in una vasta rete di sezioni del partito socialista e della Camera del Lavoro e gli scioperi agrari, che già da fine secolo si erano intensificati, crearono un diffuso allarmismo nella classe dirigente. Allo scoppio della guerra libica del 1911, l'ondata di nazionalismo crescente investì il movimento socialista creando contrasti ideologici al suo interno. In questo clima s’innestò, alla vigilia della guerra, la crescente propaganda nazionalista e interventista».
Che clima si respirava in città?
«L'intento era soprattutto quello di mantenere una vita il più normale possibile. Il Comune, ad esempio, face affiggere manifesti per mostrare che c'era sì la guerra, ma che questa era “già vinta” e che la città poteva stare tranquilla e contemporaneamente che anche i soldati al fronte potevano stare tranquilli per i loro cari rimasti a casa».
Ferrara era pronta per entrare nel conflitto?
«Sì, l'entrata in guerra dell'Italia non colse di sorpresa la classe dirigente che aveva già predisposto strumenti e mezzi per fronteggiare una situazione in cui Ferrara assumeva una fondamentale funzione di retrovia. L'organismo chiamato a sovrintendere tutte le attività necessarie allo stato di guerra fu il Comitato di preparazione e organizzazione civile, che mobilitò migliaia di persone, soprattutto donne».
Quali erano i compiti del Comitato?
«Già dal gennaio del 1915 le “rappresentanze locali” vennero convocate per organizzare le forze e le attività cittadine. A fine gennaio il Comitato venne articolato in sottocomitati: Comitato d'Onore, Direttivo, per la preparazione morale, per le pattuglie cittadine, per l'assistenza sanitaria, per la beneficenza e soccorsi alimentari, per i servizi di annonaria, per i trasporti fluviali. Il Comitato chiese anche al Ministero di Grazia e Giustizia di applicare un articolo che autorizzasse a celebrare i matrimoni evitando il periodo delle pubblicazioni affinché si potesse tranquillizzare i partenti e sistemare alcune posizioni di famiglie e figli di militari. Insomma, non sempre si sapeva se i soldati sarebbero tornati dal fronte, pertanto si cercava di regolarizzare le situazioni».
Particolare interesse era rivolto all'infanzia.
«Sì, fra i vari compiti vi era la tutela dell'infanzia, di quei bambini che avevano i padri al fronte e le madri che dovevano lavorare e gestire la famiglia. All'inizio del conflitto erano attivi alcuni asili: il Grillenzoni, l'Israelitico, il Vittorio Emanuele, poi vennero aperti l'asilo delle Figlie del Popolo, il Principessa Jolanda, l'asilo delle Stimmatine, l'asilo Bentivoglio; in seguito sorsero altri asili, alcuni privati, gestiti dalle signore dell'Organizzazione e dalle suore».
E per i militari?
«Vi erano vari servizi. Ad esempio la Segreteria del soldato offriva i mezzi per scrivere e ricevere corrispondenza. Attiva dal novembre del 1915 assunse anche il compito importante di confezionare, spedire e ricevere i pacchi dei militari e delle famiglie, divenendo un vero e proprio ufficio postale. In stazione già dal giugno 1915 vi era un posto di conforto per i soldati feriti in transito ma anche per quelli che venivano ricoverati nei numerosi ospedali cittadini. Vi era una Commissione di guerra che attraverso la Croce Rossa inoltrava pacchi e lettere per i nostri soldati fatti prigionieri. Solo nel 1917 i pacchi spediti furono ben 7622 e le lettere e cartoline 13.227».
In città vi era anche una Casa del soldato.
«Era nel Palazzo Arcivescovile e da subito divenne la meta preferita per i soldati nelle ore di libertà. Migliaia furono i militari che si recarono alla Casa per scrivere lettere, leggere giornali e riviste, partecipare a lotterie e spettacoli, infatti nel cortile venne allestito un teatrino di burattini diretto dal soldato Giovanni Baroni, burattinaio bergamasco. Si organizzarono anche intrattenimenti musicali nei quali i soldati cantavano accompagnati al pianoforte».
Importante fu anche l'organizzazione sanitaria.
«Ai primi sentori della guerra, già nell'estate del 1914, il Comitato locale della Croce Rossa, presieduto dal colonnello Avogadri, iniziò a impiantare nel nuovo ospedale un'Unità operativa e in breve tempo venne creato l'Ospedale Territoriale della Croce Rossa di Ferrara, con 400 posti letto. Il 22 giugno 1915 giunse a Ferrara e ricoverato il primo soldato ferito. Durante il conflitto l'ospedale militare ospitò più di 800 militari tra soldati e ufficiali. Furono ricavati altri ospedali, l'8 marzo 1916 fu inaugurato ad Aguscello, nella Villa del Seminario, un Ospedale per malattie nervose, unico su tutto il territorio nazionale, che diventerà famoso per il ricovero di alcuni artisti come Giorgio De Chirico e Carlo Carrà».
Qual era l'organizzazione militare a Ferrara?
«Vi era un aeroscalo con hangar, fabbricati vari e un sistema difensivo antiaereo. Nel Po stazionavano due MAS, altri erano alle foci. Tra le foci del Po, Volano e Magnavacca vi erano campi minati a difesa di eventuali attacchi via mare e alcune postazioni di mitragliatrici e artiglieria per la difesa antiaerea. Dopo la rotta di Caporetto in città s'insediò anche il Comando Marina proveniente da Venezia, prima di essere trasferito ad Ancona. A Ferrara c'era il 6° Reggimento Lancieri di Aosta i cui soldati venivano chiamati dai ferraresi i Lancieri Rossi per la divisa che portavano. In Ercole d'Este vi era il 14° Reggimento Artiglieria da Campagna».
La città subì anche bombardamenti.
«Sì, per la sua posizione geografica, fu esposta a incursioni e bombardamenti. Furono industrie, l'aeroscalo e la stazione; i bombardamenti più pesanti furono a Pontelagoscuro e Codigoro dove si contarono cinque morti e tre feriti. Questi fatti portarono al rafforzamento delle difese antiaeree della città e la costruzione di rifugi. Nel 1918 l'aeroscalo di Ferrara assunse un ruolo strategico importante, ospitando numerosi dirigibili sia della Marina che dell'Esercito. Erano presenti anche caccia per la difesa antiaerea. Nello stesso anno iniziarono i lavori di costruzione dell'aeroporto di Poggio Renatico, che ospitò quattro squadriglie da bombardamento. Da Poggio partirono il 2 novembre 1918 i velivoli che bombardarono Latisana e Porto San Giorgio; furono tra le ultime azioni della Grande Guerra».
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